IG for You Challenge 2024: strategia e talento in azione per una sfida avvincente

202419 Novembre 20243 Minuti

Artémat

Tra simulazioni aziendali e momenti di confronto con le imprese, l’evento si conferma un ponte tra università e mondo del lavoro

L’Università della Calabria e Artémat hanno celebrato con entusiasmo la conclusione dell’IG For You Challenge 2024, tenutasi il 14 e il 15 novembre presso il campus universitario. La business game competition ha visto sfidarsi i migliori laureandi e neolaureati in Ingegneria Gestionale di sei università italiane, tra cui il Politecnico di Bari, l’Università di Napoli Federico II, l’Università Parthenope, l’Università di Salerno, l’Università del Salento e l’ateneo ospitante, in una competizione che ha confermato il suo ruolo di ponte tra mondo accademico e realtà aziendale.

La competizione è stata costruita attorno al concetto di “portafoglio di investimento”, una simulazione manageriale in cui i team hanno avuto il compito di gestire un portafoglio aziendale diversificato su tre settori industriali: telecomunicazioni, automotive e biotecnologie. Dopo una prima fase di analisi, i team hanno investito un budget iniziale per acquisire quote di tre aziende, con l’obiettivo di massimizzare il valore complessivo del portafoglio. Nei successivi round, ogni team ha gestito strategicamente le aziende selezionate, con l’obiettivo di incrementarne il valore di mercato.

I partecipanti hanno affrontato la sfida con un approccio manageriale altamente professionale, dimostrando capacità strategiche e operative, un forte spirito combattivo e un’eccezionale attitudine al lavoro di squadra. La competizione è stata particolarmente serrata e avvincente fino all’ultimo round, a testimonianza dell’eccellenza dimostrata dai giovani talenti.

Il primo posto nel ranking se lo è aggiudicato il team amaranto dell’Università del Salento, che si è distinto per la coerenza delle strategie adottate e l’elevata capacità di adattamento alle dinamiche di mercato.

Mentre il riconoscimento per il miglior “Pitch Yourself” è stato conferito a Umile Magarò, studente dell’Università della Calabria, che ha saputo impressionare gli HR delle aziende partner con una presentazione brillante e incisiva, dimostrando eccellenti capacità comunicative e di personal branding.

L’evento è stato arricchito dalla presenza degli HR di AvvaleFincantieriDeloitte e Rai, che hanno partecipato attivamente alle varie fasi, offrendo presentazioni aziendali, osservazioni dirette e opportunità di confronto con i partecipanti. Le sessioni di networking, tra cui i momenti di coffee break e la “social dinner” al termine della prima giornata, hanno favorito un dialogo costruttivo e informale, rafforzando il ruolo dell’IG For You Challenge come occasione unica di incontro tra giovani talenti e imprese.

Gli organizzatori hanno espresso soddisfazione per la riuscita dell’evento, sottolineando l’impegno e il coinvolgimento dimostrato da studenti e aziende partner. È stata ribadita l’importanza di iniziative come questa per preparare i futuri professionisti e favorire l’integrazione tra il mondo accademico e il tessuto imprenditoriale.

L’entusiasmo raccolto in questa edizione lascia intravedere una crescita ulteriore per il prossimo anno, con l’intenzione di rendere l’IG For You Challenge un evento sempre più centrale nel panorama formativo e professionale.


Emozioni e traguardi nella finale di University Talent Challenge 2a edizione

20247 Novembre 202410 Minuti

Artémat

Le stanze virtuali sono silenziose. Il bagliore bluastro degli schermi illumina i volti dei partecipanti, inquadrati nelle finestrelle della piattaforma di connessione.

Sullo sfondo, ambienti diversi; qualcuno non è neanche tra le rassicuranti pareti di casa propria. Si vede che i ragazzi fremono, ma i loro sguardi non tradiscono preoccupazione. Le prove delle settimane precedenti li hanno preparati per questo momento. Basta guardarli per percepire la consapevolezza che, nella sfida imminente, ogni decisione strategica potrebbe fare la differenza. Così parte l’ultima fase della University Talent Challenge, dove non si tratta solo di competere, ma di costruire un pezzetto di futuro.

La Challenge è iniziata settimane prima, con un entusiasmo vivo e palpabile. I talenti selezionati hanno superato prove individuali progettate da Artémat per valutare le loro abilità e competenze. Lo Skillgame ha testato le loro hard skill attraverso un quiz multidisciplinare a tempo. Nella video-intervista, ognuno ha dimostrato le sue capacità comunicative e raccontato la propria visione del domani professionale. Con il Web InBasket, hanno invece sperimentato un role-playing manageriale, dimostrando prontezza decisionale e capacità di risolvere problemi complessi. “Ogni sfida affrontata è stata una lezione preziosa”, commenterà Kevin su LinkedIn, condensando in poche, significative parole il valore dell’esperienza vissuta.

Quest’atmosfera sospesa viene interrotta dalla voce calma e rassicurante dei nostri facilitatori, che prendono la parola per dare il via all’ultima, emozionante fase della Challenge. Con precisione e una punta di entusiasmo, spiegano ai partecipanti le regole del Business Game e i parametri di valutazione. L’attenzione dei ragazzi è concentrata su ogni parola: “Quella in cui state per cimentarvi è una simulazione, ma funziona come il mondo reale – dice uno di loro, guardando intensamente la schiera di volti sugli schermi – Non esistono risposte giuste o sbagliate, ma conseguenze. Dovrete essere bravi a prevederle e gestirle”. Le sue parole risuonano come un invito ad andare oltre la teoria, a immergersi nelle complessità del mercato, come veri professionisti. È il momento di trasformare le competenze in azione.

I partecipanti vengono rapidamente indirizzati nelle “virtual room” dei team di assegnazione, dove incontrano per la prima volta i compagni di avventura, con cui cercano subito di stabilire una connessione. Questo “ice breaking” dura solo dieci minuti ma, prima di entrare nel vivo della challenge, crea quel clima di complicità indispensabile per collaborare efficacemente. E così i ragazzi si scambiano informazioni sui rispettivi percorsi di studio e parlano delle loro aspettative professionali. Gettano le basi per un’intesa che sarà decisiva nel momento in cui il gioco avrà inizio.

Alcuni di loro riducono al minimo i convenevoli e si portano avanti. Nel tentativo di ottimizzare gli istanti che precedono il gioco, mettono sul tavolo le prime idee strategiche, abbozzate sui pochi dettagli carpiti durante la presentazione generale del Business Game: la missione è lanciare una start-up virtuale nel competitivo mercato delle app mobile, avendo a disposizione un determinato budget. Giuseppe, uno dei partecipanti, racconterà poi che “essere parte di questo contest è stato più di un’esperienza formativa; è stato un test di competenze in tempo reale, una vera occasione di crescita e networking con altri giovani determinati”.

Rotto il ghiaccio, tutti i team sono pronti e, ognuno col proprio approccio, iniziano a mettere a terra strategie per battere la concorrenza. La competizione è vivace e dinamica, le decisioni si susseguono rapidamente, sia da parte di chi predilige un approccio al mercato prudente sia da parte di chi è animato da uno spirito audace. Round dopo round, le imprese virtuali riconfigurano le loro strategie in base ai risultati del semestre simulato appena concluso. Alla fine di ogni ripresa, infatti, i partecipanti lasciano le loro virtual room per ritrovarsi “in plenaria”. Alla presenza di tutti, i facilitatori prendono la parola per commentare la situazione con l’ausilio delle infografiche prodotte automaticamente dalla piattaforma. Sembra di assistere a una vera sfida di mercato, colpi di scena inclusi! In tutto ciò, gli HR delle aziende partner non si perdono una mossa, studiando le risposte dei giovani manager durante ogni fase della Challenge. “I candidati hanno superato le nostre aspettative, brillanti e motivati”, commenterà con entusiasmo Alessia di A2A. E infatti, ogni decisione presa riflette non solo le competenze, ma anche la capacità di adattamento dei ragazzi.

University Talent Challenge è un vero e proprio format e prevede intermezzi che, oltre a consentire ai candidati di riprendere fiato, aiutano a trovare l’ispirazione per proseguire con maggiore motivazione verso l’obiettivo. In questi “momenti di decompressione”, le aziende partner raccontano visioni e opportunità di carriera, con pitch multimediali che accendono gli occhi dei ragazzi. Dopo aver visto l’entusiasmo dei partecipanti, Denise di Lipari sottolineerà il valore del merito nella Challenge: “Non vediamo l’ora di prendere i contatti con i ragazzi per approfondire la conoscenza”.

Quando suona il gong, alla fine del quarto round, il Business Game è concluso. Trepidanti, i partecipanti attendono in silenzio il verdetto finale, sapendo di aver usato fino all’ultimo grammo di talento. “È stato molto interessante seguire i ragazzi mentre erano coinvolti nei diversi round – commenterà Francesca di Cegeka – Si sono impegnati e devo dire che hanno collaborato tutti in maniera costruttiva”. Ma, si sa, in ogni gara c’è posto per un solo vincitore. Due team in particolare, Pink e Blue, si sono rincorsi spasmodicamente per tutta la prova, inscenando un avvincente testa a testa. Tutti trattengono il fiato, in attesa della proclamazione. Infine compaiono i grafici e parlano chiaro: tra applausi virtuali e congratulazioni, il team Pink viene portato in trionfo.

A seguire, poi, vengono assegnati anche i riconoscimenti che, come l’anno scorso, consistono in quattro tipologie di “open badge”. Quello riferito al “best team” viene conferito direttamente dalle aziende partner, che hanno osservato i gruppi lavorare per tutta la durata del gioco, e va al team Blue. Ad Andrea Laura Bonfiglio, dell’Università degli studi di Brescia, va quello per aver registrato il pitch più efficace, anche in questo caso per decisione degli sponsor. Mentre a Berardo Botteri, dell’Università degli studi di Milano “Bicocca”, va il merito di essersi distinto nello Skillgame iniziale. Ma nessuno rimane a bocca asciutta, poiché, come premio per essere arrivati fin lì, tutti ricevono un open badge di partecipazione. La sera stessa, alcuni dei concorrenti iniziano già a esibirli orgogliosamente sui loro profili LinkedIn. Il bello di questa esperienza, infatti, è che non è una competizione tout court ma una vera e propria occasione di arricchimento personale e professionale. Un modo coinvolgente ed entusiasmante per entrare in sintonia con la dimensione del lavoro in team. Laura, una delle universitarie in gara, la descriverà in un post come “un viaggio di scoperta e crescita che porterò sempre con me”.

E così, dopo gli in bocca al lupo rituali, sia da parte nostra che da parte degli HR, si conclude con successo la seconda edizione dell’innovativo digital assessment contest che punta i riflettori sui giovani talenti universitari italiani. I riquadrini con le facce dei ragazzi si spengono uno dopo l’altro, lasciando lo schermo tutto per noi organizzatori. A questo punto non abbiamo altro da aggiungere, se non un sorriso d’intesa sui nostri volti provati ma soddisfatti. Alla prossima avventura, con nuove sfide, nuovi talenti, nuovi sogni e nuove storie da raccontare.

Dopo tutto, ciò che le aziende vincenti oramai hanno capito è che se un assessment non si rivela come un processo “win-win”, allora fa acqua. Il valore che alimenta il successo delle imprese più floride è frutto di un reciproco scambio: dai dipendenti verso l’azienda e dall’azienda verso i dipendenti. Comprendere e accettare il fatto che il tempo sia una risorsa preziosa anche per il candidato è un ottimo punto di inizio. I percorsi eroici è meglio lasciarli agli avventurieri a caccia di tesori perduti.


Pro-Social Network - un Serious Game per la prevenzione del cyberbullismo a scuola

20249 Luglio 20245 Minuti

Artémat

Nell’ambito di un corso di Dottorato PON Innovativo a caratterizzazione industriale in psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso l’Università della Calabria, tra il 2022 e il 2024 ha preso forma una ricerca-intervento interdisciplinare, che ha coinvolto il gruppo di ricerca in Psicologia del Dipartimento di Culture, Educazione e Società, guidato dalla Prof.ssa Angela Costabile, e ArtéMat;

il lavoro di co-progettazione informatica e psicoeducativa ha portato alla creazione e sperimentazione preliminare di Pro-Social Network, un Serious Game realizzato per promuovere le competenze pro-sociali tra i preadolescenti in ambito scolastico, con focus sull’educazione all’uso dei social media e sulla prevenzione del cyberbullismo.

L’obiettivo del prototipo è promuovere una forma innovativa di Media Education nelle scuole secondarie di primo grado calabresi e nei centri educativi infantili andalusi, in Spagna. Il Serious Game si inserisce in un quadro di sforzi promossi da governi europei, dall’OMS e dall’ONU, per promuovere il benessere psicologico in età evolutiva attraverso l’apprendimento delle life skills a scuola.

Sfondo teorico

In preadolescenza, le competenze pro-sociali comprendono l’empatia, la cooperazione, la gestione dei conflitti e la comunicazione efficace. Sono life skills cruciali per lo sviluppo dei giovani, poiché li aiutano a costruire relazioni positive, a risolvere i conflitti in modo costruttivo e a partecipare attivamente alla comunità scolastica, che rappresenta un contesto chiave per l’apprendimento sociale e per la formazione del carattere. L’uso di interventi basati su Serious Game, come Pro-Social Network, offre un approccio innovativo per raggiungere questi obiettivi.

Serious Game combinano elementi di intrattenimento con finalità educative, creando un’esperienza di Edutainment immersiva e coinvolgente. L’Edutainment integra contenuti educativi con l’intrattenimento per rendere l’apprendimento piacevole ed efficace. In psicologia, l’uso dei Serious Game ha dimostrato di essere efficace per il coinvolgimento degli studenti e per il miglioramento delle competenze sociali.

Obiettivi

  1. Educazione all’uso consapevole dei social media per la prevenzione del cyberbullismo.
  2. Promozione dell’empatia e delle strategie di fronteggiamento del cyberbullismo.
  3. Contrasto ai meccanismi di disimpegno morale.
  4. Miglioramento delle competenze pro-sociali in ambito scolastico.

Sviluppo di Pro-Social Network

Il sistema, basato sulla piattaforma Web InBasket®, rappresenta un’interfaccia che permette agli utenti di interagire con uno storytelling attraverso momenti decisionali strutturati ad albero. Il sistema è progettato per valutare la performance in base ad alcuni fattori attraverso le decisioni prese dagli utenti, con una scala preliminare di punteggi associata ai momenti decisionali. Il Web InBasket è una simulazione delle app di messaggistica istantanea, con schermate specifiche per le diverse fasi del gioco.

Storytelling

Pro-Social Network permette ai partecipanti di sperimentare scenari associati al cyberbullismo in prima persona, in modo immersivo e interattivo. Il gioco è accessibile ad un indirizzo URL protetto da credenziali, ed esiste in due versioni: la prima, completa, contiene l’intero storytelling, mentre la seconda presenta i diversi capitoli di gioco progettati. La trama presenta personaggi e ambienti immaginari programmati per rispondere in modo specifico alle scelte del protagonista.

Interazione con la narrazione: Gli utenti interagiscono con i personaggi virtuali attraverso avatar con messaggi simulati, che includono situazioni che i preadolescenti potrebbero affrontare online. In ogni situazione, i momenti decisionali proposti dal sistema si traducono in specifiche opzioni di risposta.

Disegno della ricerca-intervento

Il Serious Game è parte di una ricerca-intervento evidence-based che include una fase di presentazione del progetto rivolta ai dirigenti e ai docenti, un questionario self-report ad hoc per gli studenti, e cinque sessioni d’intervento settimanali dalla durata di un’ora nelle classi delle scuole secondarie di primo grado.

Espansione internazionale

Nell’ambito della co-tutela della ricerca-intervento con il Laboratorio de Estudios sobre Convivencia y Prevención de la Violencia (LAECOVI) della Facultad De Ciencias de la Educación y Psicología, guidato dalla Prof.ssa Eva María Romera Félix, nella Universidad de CórdobaPro-Social Network è stato tradotto in spagnolo e implementato nei Centros de educación infantil y primaria spagnoli, come lavoro di replicazione e comparazione cross-nazionale della ricerca-intervento, nel periodo tra la primavera e l’inverno del 2023.

Impatto e Prospettive Future

Il progetto rappresenta un esempio di approccio interdisciplinare per creare strumenti educativi innovativi ed efficaci. La collaborazione tra psicologi e ingegneri informatici ha permesso di sviluppare un Serious Game che non solo educa, ma coinvolge e stimola i preadolescenti, preparandoli a navigare il mondo digitale con consapevolezza e competenza.

I feedback ricevuti da insegnanti e studenti sono stati estremamente positivi. Stiamo lavorando per espandere ulteriormente il progetto e coinvolgere altre scuole e regioni.


OK, il tempo è giusto! Non farti scappare il talento

202431 Maggio 20247 Minuti

Artémat

Ma tu guarda questi…

«Apprezziamo lo zelo del team di recruiting e comprendiamo l’importanza di scegliere il miglior candidato. Tuttavia siamo certi di aver già fornito la quantità di informazioni adeguata alla valutazione del nostro profilo professionale. Teniamo a lavorare per un’azienda che rispetti il nostro tempo come professionisti, quindi non parteciperemo a ulteriori round di assessment».

Questo abstract, preso in prestito da una discussione tra HR americani su Reddit (e tradotto), è una martellata su un tasto dolente ben noto ai membri del reparto Risorse Umane di molte aziende anche di questa parte del globo. Prima di cedere alla tentazione di giudicare, facciamo un passo indietro e contestualizziamo. La richiesta che precedeva una così decisa e inflessibile replica da parte di un gruppo di candidati di un assessment – ovviamente seguita a un classico colloquio-intervista – era articolata così:

  1. Screening di 15 minuti in video conference
  2. Valutazione delle competenze e invio di campioni di lavoro
  3. Seconda intervista di 30 minuti con il responsabile delle assunzioni
  4. Terzo colloquio-intervista di 60 minuti con il team di leadership, durante il quale i candidati avrebbero dovuto creare e tenere un pitch di 15 minuti, oltre a stilare un calendario di 15 giorni di contenuti, con tanto di esempi concreti (che avrebbe richiesto diverse ore di lavoro ndr.)
  5. Verifica delle referenze più una valutazione delle competenze di un’ora e un test di personalità aggiuntivo

Non proprio una passeggiata. La ciliegina sulla torta? La posizione aperta non era nemmeno di alto livello e la paga si attestava nella fascia bassa della media. E a proposito di “tasti dolenti”, immaginiamo che adesso ti risuonino in testa le prime, iconiche quattro note della Quinta di Beethoven. Viste da questa prospettiva, le parole di quei candidati non sembrano più tanto sfrontate, vero? Se ci mettiamo nei panni dell’azienda, comprendiamo che la ragione a monte di un processo di assunzione così “strutturato” nasca dalla necessità di acquisire i migliori talenti in circolazione. Ma al contrario, come dimostra la replica dei candidati, sembra studiato appositamente per allontanarli.

Dal punto di vista del candidato, la sovrabbondanza di step nel processo di selezione può risultare frustrante e scoraggiante. È un po’ come andare al supermercato per comprare il latte e scoprire che prima devi attraversare un labirinto, risolvere enigmi, schivare un’enorme palla di pietra e passare indenne sotto una pioggia di dardi avvelenati. E magari arrivare allo scaffale e sentirti dire che il latte è finito! Un processo di assunzione troppo lungo e complesso può dare l’impressione che l’azienda non rispetti il tempo e l’impegno dei candidati, rischiando di allontanare proprio quei talenti che si vorrebbero attrarre. Perché, diciamocelo, chi sa di avere talento quanta voglia può avere di fare l’Indiana Jones del recruiting per un lavoro da impiegato!

Ecco perché è fondamentale ricorrere a strumenti di assessment progettati per ottenere un’efficace individuazione dei talenti in tempi brevi o, per lo meno, ragionevoli. Quelli basati sui principi della gamification possono rappresentare una valida soluzione a questo problema. Ed ecco una rapida cinquina di motivi per sceglierli:

  1. Efficienza e tempestività: Sono coinvolgenti e permettono di valutare le competenze tecniche e trasversali dei candidati in tempi ridotti. Attraverso simulazioni realistiche e dinamiche, è possibile ottenere un quadro completo delle capacità di un candidato senza necessità di prolungare oltremodo il processo di selezione.
  2. Coinvolgimento dei candidati: La gamification trasforma il processo di selezione in un’esperienza interattiva e motivante. I candidati non solo dimostrano le loro competenze, ma si sentono anche più coinvolti e apprezzati. Questo può aumentare l’attrattiva dell’azienda (employer branding) e migliorare la candidate experience.
  3. Valutazione completa e obiettiva: Attraverso scenari di gioco che simulano situazioni lavorative reali, i recruiter possono osservare direttamente come i candidati affrontano problemi, prendono decisioni e interagiscono con gli altri. Questo metodo consente una valutazione più oggettiva e completa rispetto ai tradizionali colloqui basati su domande teoriche.
  4. Riduzione del drop-off dei candidati: Un processo di selezione lungo e complesso può portare i talenti validi (e consapevoli di esserlo) a perdere interesse o a ritirarsi. La gamification, invece, rende il processo di assessment più interessante e meno oneroso.
  5. Feedback immediato e miglioramento continuo: Le piattaforme di gamification possono fornire feedback in tempo reale sia ai candidati che ai recruiter. Questo non solo aiuta i candidati a migliorare, ma consente anche alle aziende di affinare continuamente i loro processi di selezione.

In conclusione, per gli HR delle aziende, adottare strumenti di assessment basati sulla gamification vuol dire migliorare l’efficienza del candidate journey, creando al contempo un’esperienza più positiva e coinvolgente per i candidati. Questo approccio non solo facilita l’individuazione dei migliori talenti, ma contribuisce anche a costruire un’immagine aziendale moderna e attenta alle esigenze dei professionisti.

Dopo tutto, ciò che le aziende vincenti oramai hanno capito è che se un assessment non si rivela come un processo “win-win”, allora fa acqua. Il valore che alimenta il successo delle imprese più floride è frutto di un reciproco scambio: dai dipendenti verso l’azienda e dall’azienda verso i dipendenti. Comprendere e accettare il fatto che il tempo sia una risorsa preziosa anche per il candidato è un ottimo punto di inizio. I percorsi eroici è meglio lasciarli agli avventurieri a caccia di tesori perduti.


Creative Thinking - la competenza che muove l’innovazione

202423 Maggio 202411 Minuti

Artémat

Travis e Garrett non chiedevano molto, in quella fredda notte parigina del 2008. Sfiniti e con due ghiaccioli nelle scarpe, volevano solo tornare in albergo.

Anche se era tardi, c’erano ancora parecchie auto in giro. Ma di taxi nemmeno l’ombra. Inutile attendere. Perciò si avviarono a piedi, usando il gps dello smartphone per ritrovare la strada di casa. E rimbalzandosi improperi per ingannare il tempo. Se quei due fossero stati individui qualsiasi, si sarebbero limitati ad aggiungere una tacca alla lista dei rientri sfigati. Due imprenditori creativi come loro, invece, usarono la frustrazione come catalizzatore di una soluzione radicale: un’app che connettesse facilmente passeggeri e autisti privati. La chiamarono Uber.

Lo diciamo in parole povere: il pensiero creativo è la capacità di generare idee nuove e utili per far fronte ai bisogni, nella maniera più consona ai nostri desideri. È un approccio alla risoluzione dei problemi, dunque, che implica flessibilità mentale, apertura all’inaspettato e la capacità di vedere oltre l’ovvio. Mentre assistiamo e partecipiamo alla rapida trasformazione del panorama lavorativo grazie alle automazioni introdotte con l’intelligenza artificiale, la creatività rimane, al momento, una delle poche competenze esclusivamente umane e ineguagliabili. Probabilmente la più importante o, per lo meno, quella a cui teniamo di più e a cui dedicheremmo volentieri la maggior parte delle nostre risorse. Altrimenti perché staremmo “dando vita” a macchine in grado di fare tutto il resto al nostro posto?

Ma facciamo un po’ di anatomia del pensiero creativo. Oggi sappiamo che si tratta di un processo complesso che coinvolge diverse aree del cervello. Mentre una volta si ipotizzava che la creatività risiedesse nell’emisfero destro, mentre quello sinistro fosse il responsabile della logica. Roger Beaty, psicologo cognitivo, ha evidenziato come la creatività emergente sia frutto della sinergia tra i due emisferi cerebrali. Durante il processo creativo, i circuiti neuronali dell’emisfero sinistro e destro collaborano per combinare e ristrutturare le informazioni esistenti in modi innovativi.

Studi neuroscientifici hanno dimostrato che il processo avviene attraverso l’interazione tra la corteccia prefrontale, il sistema limbico e la corteccia parietale. Secondo il neuroscienziato Rex Jung, la creatività è associata a una connettività cerebrale dinamica che permette al cervello di passare da uno stato di pensiero divergente a uno di pensiero convergente. Nella prima fase genera nuove idee fuori dagli schemi, nella seconda le valuta e le perfeziona.

Ora che grosso modo sappiamo cosa avviene dentro la zucca quando frullano le idee, consideriamo il pensiero creativo da una prospettiva antropologica. Abbiamo già accennato che è una caratteristica distintiva dell’essere umano. Steven Mithen, archeologo e antropologo, sostiene che la capacità di pensare creativamente abbia avuto un ruolo cruciale nell’evoluzione umana, permettendo ai nostri antenati di sviluppare strumenti complessi, linguaggi articolati e culture sofisticate. La creatività ha consentito agli esseri umani di adattarsi e prosperare in ambienti diversi, risolvendo i problemi a essi legati o nati in seno alle civiltà che via via si formavano e si evolvevano. In realtà non dovremmo parlare al passato ma al presente, poiché l’evoluzione è un flusso costante che nel suo scorrere sedimenta nuovi problemi e necessità.

E a proposito di corsi (e percorsi), dal punto di vista sociologico, la creatività è influenzata e modellata dal contesto culturale. Mihály Csíkszentmihályi, psicologo ungherese noto per la sua teoria del “flusso” (più che per il cognome che sembra un codice fiscale), ha esplorato come le condizioni sociali e culturali possano favorire o ostacolare il pensiero creativo. Un ambiente che valorizza l’originalità, la diversità di pensiero e l’apertura al nuovo è più propenso a stimolare la creatività rispetto a contesti rigidi e conformisti. E considerando che creatività, innovazione e business vanno in giro insieme come nella canzone Io, mammeta e tu di Modugno (due a braccetto e l’altro appresso), basterebbe solo questo per “triggerare” le imprese a creare ambienti favorevoli dove far sbizzarrire i loro team.

Da qualche parte ovviamente già succede. Per non riempire le righe con le solite Apple e Google, pensa a qualsiasi prodotto, servizio o tecnologia in cui ti sei imbattuto trovandolo davvero dirompente, va bene qualsiasi cosa abbia definito nuovi standard o tracciato percorsi verso orizzonti inesplorati. Ci scommettiamo i buoni pasto che sono nati in contesti che promuovono il pensiero non convenzionale e la sperimentazione. Del resto, non si fa avanguardia dietro le regole di un paradigma.

Il creative thinking è anche essenziale nella risoluzione dei problemi. Quando affrontiamo sfide complesse, la capacità di generare soluzioni innovative può fare la differenza tra il successo e il fallimento. Ad esempio, durante la crisi del COVID-19, molte aziende hanno dovuto ripensare rapidamente i loro modelli di business, trovando modi creativi per continuare a operare nonostante le restrizioni. Com’è andata? A loro molto bene, a giudicare dai bilanci. Il guaio è che, alla nascita, la dote del pensiero creativo non ci viene elargita in egual misura a tutti. Se solo ci fossero uffici pubblici dove richiedere assistenza creativa gratuita su tutto il territorio… Tipo caf.

Comunque, non ci va di passare alla prossima argomentazione senza aver citato almeno un case history. Perciò, Spotify. Non proprio inaspettato, te lo concedo, ma altrettanto emblematico di come il potere del pensiero creativo influisca sul mondo degli affari. L’azienda svedese, lo sappiamo, ha cambiato radicalmente il modo in cui consumiamo musica. Passare da un modello basato sul possesso (limitato) della musica a uno basato sull’accesso (pressoché illimitato) è stata, all’epoca, una scelta controintuitiva ma rivoluzionaria. Questo nuovo approccio non solo ha introdotto un servizio di streaming che consente agli utenti di ascoltare ovunque tutta la musica ma ha risolto il problema della pirateria musicale, offrendo una soluzione legale e conveniente che ha attratto milioni di utenti. Poi la piattaforma ha continuato a innovare introducendo funzionalità come le playlist personalizzate e l’algoritmo di scoperta musicale, migliorando l’esperienza utente e creando nuovi flussi di entrate per artisti e case discografiche. In sintesi, Spotify ha utilizzato il pensiero creativo per ridefinire l’intera industria musicale, dimostrando come l’innovazione possa generare un impatto significativo e duraturo nel mondo degli affari.

Ora che abbiamo la misura del potere intrinseco del creative thinking, possiamo andare avanti e passare a un altro aspetto importante, ossia la connessione con altre soft skill. Il pensiero creativo è strettamente legato al pensiero critico. Il primo genera nuove idee, il secondo le valuta e le perfeziona, affinché siano effettivamente utili. Creative thinking + critical thinking è la “combo” ottimale che permette di sviluppare soluzioni che, oltre a essere innovative, sono anche pratiche e realizzabili. Anche quello con la soft skill comunicazione è un bel “match”. Essere in grado di presentare le proprie idee in modo chiaro e persuasivo, infatti, è fondamentale per ottenere il sostegno degli altri. «Si potrebbe rilasciare un lasciapassare», ricordi? Un buon comunicatore può trasformare un’idea creativa in una proposta convincente, capace di influenzare decisioni e strategie aziendali.

E ora, come puntualmente avviene nella nostra rubrica Skill Mosaico, scatta il momento marzulliano in cui ci facciamo una domanda e ci diamo una risposta: si può allenare il creative thinking dei team aziendali? Sì. Ma prima di dire come ricordiamo le parole di Tina Seelig, docente alla Stanford University ed esperta di innovazione, imprenditorialità e creatività: «il pensiero creativo è un gioco in cui si collegano i punti in modi nuovi». Se è un gioco, allora, quale training migliore se non quello svolto attraverso strumenti di formazione che applicano i principi della gamification? Questo approccio innovativo applica elementi di gioco in contesti non ludici, come l’apprendimento e la formazione, per aumentare l’engagement e la motivazione.

Secondo uno studio pubblicato su Emerald Insightle attività interattive e dinamiche stimolano i partecipanti a pensare in modo diverso/nuovo. L’implementazione della gamification nei programmi di formazione professionale, dunque, non solo migliora l’engagement dei dipendenti, ma incrementa anche la loro capacità di generare idee innovative rispetto ai metodi di formazione tradizionali. Visti da questa prospettiva, quindi, i Business Game rappresentano un’opportunità unica per sviluppare il pensiero creativo nelle aziende. Inoltre rafforzano anche altre soft skill come il teamworking e la comunicazione.

In conclusione, il pensiero creativo è una competenza cruciale nel panorama lavorativo moderno. Non è solo una skill ma una mentalità che può trasformare le sfide in opportunità e le idee in innovazioni. È il motore che spinge il progresso. Investire nel suo sviluppo, attraverso l’adozione di un approccio orientato alla gamification, è una strategia vincente per qualsiasi organizzazione che aspira a essere e rimanere innovativa e competitiva nel tempo.


I "Bias Killer" negli assessment

20249 Maggio 20246 Minuti

Artémat

In ambito tessile, c’è un modo di procedere o tagliare seguendo una direzione obliqua rispetto alla trama principale del tessuto che in Provenza è detto “biais”.

Non diciamo altro per evitare di portare il discorso chissà dove.

Quella pratica dev’essere parsa talmente evocativa ad alcuni psicologi anglofoni – difficile immaginare come i loro interessi professionali si siano accostati alle metodologie di un settore tanto distante – che decisero di aggiungere il termine nel loro lessico (parzialmente scremato dalle “i”) come perfetta metafora di ciò che spesso avviene nella nostra mente durante i processi decisionali: i “bias” cognitivi, esplorati in modo significativo solo dagli anni 70, soprattutto dagli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky, sono i pregiudizi che determinano deviazioni dalla razionalità nelle opinioni, nei giudizi e, dunque, nelle decisioni.

Ma a noi cosa ce ne… E invece ce ne dovrebbe… perché il processo di assunzione spesso viene minato da pregiudizi involontari – tanto positivi quanto negativi – che possono alterare la percezione delle qualità dei candidati, rendendo più arduo il compito di selezione. E non c’è da risentirsi, poiché i bias si formano a livello inconscio e nessun essere umano ne è totalmente immune. Neanche chi li conosce tutti (e sono davvero tanti). Un po’ come quando bevi dell’acqua dopo aver mangiato i carciofi. Sai benissimo che l’acqua è, diciamo, “insapore” e che quella dolcezza che avverti è dovuta a sostanze contenute nei carciofi che ingannano le papille gustative. Eppure in quel momento il cervello ti dice che l’acqua è dolce.

Gli assessment bias sono distorsioni cognitive meno ovvie e possono influenzare le decisioni al punto di sfavorire candidati meritevoli il cui talento, per svariati motivi, potrebbe essere sminuito. Può succedere anche il contrario. Il bias di similitudine, ad esempio, può creare una preferenza non giustificata per candidati che condividono con il recruiter somiglianze in termini di background, interessi o altre caratteristiche personali. E ce ne sono anche di più infidi, come il bias di conferma, che è la tendenza a cercare, interpretare o dare peso a informazioni che confermano le proprie aspettative preesistenti. Esempio molto realistico degli “scherzi” che possono fare i bias in sede di valutazione è il film “La parola ai giurati” (1957). Anche se non lo hai visto, il titolo ti lascia immaginare di cosa stiamo parlando.

Come accennato, quando si parla di scivoloni di questo tipo, non esistono suole anti buccia di banana. E a parte stare attenti a dove si mettono i piedi – vale a dire sapere come funzionano i bias e imparare a riconoscerli – c’è poco altro da fare. A meno che non si decida di cambiare approccio. Nella dimensione del recruitment, infatti, un modo innovativo che può davvero fare la differenza è adottare strumenti di assessment che usano la gamification per rendere il reclutamento più equo e imparziale.

Dato che ci piace attingere alla cultura cinematografica, nel film “The Imitation Game” (2014), basato sulla storia vera di Alan Turing e del suo team durante la Seconda Guerra Mondiale, il protagonista seleziona i membri del suo team tramite un complicato cruciverba (un gioco!), cercando persone con competenze uniche, nonostante le resistenze dei dirigenti militari, inconsapevolmente fuorviati dai bias.

Il “giochetto”, si fa per dire, funziona alla perfezione anche nella dimensione reale. E l’uso di strumenti che introducono elementi ludici nei processi di assessment può essere un potente antidoto contro i bias. I nostri Web InBasket e Business Game, ad esempio, sono giochi progettati per far emergere e mettere a fuoco le competenze e le abilità effettive dei candidati, lasciando fuori campo le caratteristiche irrilevanti.

Ciò è fondamentale, perché una selezione più oggettiva porta a team più diversificati. E l’eterogeneità, in azienda, promuove creatività e innovazione, come evidenziato da McKinsey & Company nel loro report “Diversity Wins” (2020). Lo studio mostra come le aziende con maggiore diversità di genere ed etnica superino significativamente le concorrenti in termini di performance.

Prima di concludere, facciamo un piccolo, doveroso passo indietro. Perché è facile prendersela con i recruiter. Ma che dire dei candidati? Anche loro possono sviluppare percezioni preconfezionate sul conto degli HR che si trovano di fronte, basate su esperienze passate o su stereotipi. E come la giri giri la frittata, il risultato è sempre lo stesso. Gli assessment game minimizzano questo effetto, focalizzando l’interazione su attività oggettive e non su dialoghi potenzialmente carichi di pregiudizi.

Lo si vede già adesso, nel futuro del recruitment ci sarà un crescente ricorso alla gamification per garantire processi di selezione sempre fruttuosi. Aziende come Google e P&G lo stanno già facendo, riscuotendo risultati positivi in termini di riduzione dei bias e miglioramento della qualità delle assunzioni.

In conclusione, la gamification offre un’opportunità unica per rivoluzionare questo settore, eliminando i bias inconsci e promuovendo una cultura aziendale più inclusiva. E le aziende che adottano questo approccio non solo mirano a migliorare i loro processi di assunzione ma contribuiscono attivamente alla creazione di un ambiente di lavoro equo e stimolante.


Prosegue il viaggio innovativo verso il futuro della talent acquisition

202412 Aprile 20245 Minuti

Artémat

Iniziare là dove altri hanno già tracciato un percorso non significa seguire ma cogliere l’opportunità di correre più veloci verso il futuro.

University Talent Challenge ha esordito lo scorso anno ma con la prima, entusiasmante edizione ha dimostrato di essere un format rivoluzionario con le potenzialità per ridisegnare il paesaggio della talent acquisition. In un contesto in cui le soluzioni smart e innovative sono le chiavi di volta per il successo aziendale, il contest organizzato da Artémat, leader nel campo della gamification applicata alla dimensione HR, offre alle imprese l’opportunità unica di fare assessment ed employer branding partendo da una solida base di talenti preselezionati. Così, le energie destinate ai lunghi processi di scouting possono essere impiegate nella valorizzazione e nell’integrazione di giovani menti pronte a lasciare il segno.

Con la seconda edizione attualmente in fase di “loading”, dunque, Artémat si impegna a catalizzare l’attenzione di aziende e università di tutto il Paese anche quest’anno. Il primo capitolo della Challenge, in effetti, ha stabilito un benchmark di eccellenza e innovazione, coinvolgendo prestigiose aziende multinazionali e brillanti laureandi e neolaureati italiani. La finale, in cui si sono affrontati team di ragazzi altamente skillati e competitivi, si è conclusa tra gli applausi generali di partner e partecipanti. I primi hanno elogiato l’organizzazione per l’eccellenza del percorso di selezione e la qualità indiscussa della competizione. I secondi hanno apprezzato il modo in cui la sfida ha messo in luce il loro potenziale in simulazioni aziendali coinvolgenti e di incredibile realismo. Consensi che hanno inevitabilmente posizionato University Talent Challenge come imprescindibile varco tra la dimensione accademica e professionale.

Sulla scorta di queste premesse, seppure siamo ancora alle fasi preliminari, alcune aziende partner intervenute lo scorso anno stanno già riconfermando la loro presenza. Questa seconda edizione, inoltre, allarga il ventaglio di opportunità professionali estendendo le iscrizioni anche a laureandi e neolaureati delle triennali. In ogni caso, le energie di Artémat sono concentrate nel mantenere alta l’asticella, offrendo un’esperienza di gamification ancora una volta ricca e coinvolgente. L’obiettivo è quello di consentire agli HR delle aziende partner di osservare in azione i loro potenziali leader futuri, valutandone hard e soft skill in tempo reale, grazie a strumenti di assessment all’avanguardia come lo Skillgame, il Web InBasket e il Business Game.

Il successo di University Talent Challenge dimostra il valore inestimabile che l’iniziativa rappresenta per le aziende partner. In primo luogo l’opportunità di entrare in contatto con i talenti più promettenti del panorama universitario. E poi il vantaggio di valorizzare la propria immagine come avanguardisti nel reclutamento e nella valorizzazione delle risorse umane. Tutte le imprese che vogliono distinguersi e investire nel futuro dovrebbero prendere parte a questa entusiasmante avventura.

Come accennavamo all’inizio, in questo viaggio verso il futuro del talent scouting, University Talent Challenge non si limita a tracciare percorsi. Ma vuole aprire orizzonti nuovi, dove le potenzialità incontrano opportunità concrete. Attraverso la fusione di innovazione, competizione e gamification, Artémat, oltre a offrire supporto nell’individuare i talenti di domani, invita ciascuna impresa a diventare parte attiva di questa rivoluzione, trasformando la ricerca dell’eccellenza in un’esperienza condivisa e trionfale. Trionfo che va oltre la vittoria dei partecipanti e si estende all’intero ecosistema aziendale, che vede nelle sue dinamiche il futuro dell’employer branding e dell’assessment. Perché quella che si ripeterà quest’anno non è soltanto una challenge, ma la promessa di un futuro di innovazione, crescita e successo collettivo. L’invito di Artémat, dunque, è aperto a tutte le aziende visionarie, pronte a cogliere l’opportunità di esplorare questo nuovo orizzonte. Il futuro dei talenti e delle organizzazioni si scrive oggi. Per correre più veloci verso il domani, unisciti a University Talent Challenge.

Vai sul sito:  www.universitytalentchallenge.it


IG for You Challenge 2024 XI edizione - competere per crescere, mettersi in gioco per realizzarsi

20245 Aprile 20245 Minuti

Artémat

Quelli che stiamo vivendo sono tempi caratterizzati da profonde trasformazioni. Nei territori sferzati dai venti impetuosi e imprevedibili del mercato, dove nascono, prosperano e si affrontano le imprese più valorose, l’innovazione è la forza che alimenta e rende possibile il cambiamento.

C’è chi ne sfrutta la spinta per fare business e chi, in maniera attiva, la usa per plasmare il futuro delle imprese. Tra questo gruppo di intrepidi cavalieri del cambiamento, ci sono gli ingegneri gestionali. Sono animati dal desiderio di scoperta e dotati di uno sguardo analitico e proiettato in avanti. Nel loro avventuroso viaggio verso orizzonti inesplorati sono guidati da competenze trasversali utili ad affrontare ogni sfida che gli si ponga davanti.

Da dieci anni a questa parte, una volta l’anno, le migliori giovani promesse dell’ingegneria gestionale, tra laureandi e neolaureati del Mezzogiorno d’Italia, sono chiamate a riunirsi per partecipare a un torneo che mette alla prova le loro capacità. Ai vincitori l’opportunità di vivere un’esperienza formativa ricchissima ed essere presentati ai recruiter di importanti aziende innovative. Questa è l’IG For You Challenge e quella in cantiere è l’undicesima, entusiasmante edizione, che si terrà presso il campus dell’Università della Calabria.

Fuor di metafora, IG For You Challenge è una “business game competition” che, organizzata da Artémat, coinvolge i più brillanti laureandi e neo laureati in Ingegneria Gestionale delle seguenti otto prestigiose università: PoliBa, UniCal, UniCT, UniNa, Parthenope, UniPa, UniSa e UniSalento. Molto attesa e frequentata dai giovani talenti di questo ramo di studi, crea un vero e proprio ponte tra l’ambiente accademico e il tessuto imprenditoriale. In un decennio si è consolidata come un’occasione unica e imperdibile per la formazione e l’inserimento dei ragazzi nel contesto professionale. Ma esploriamo per punti le possibilità che offre:

Entrare in contatto diretto con aziende di primissimo piano. Durante la Challenge si conoscono da vicino realtà aziendali di spicco, aprendo le porte a potenziali percorsi di carriera all’interno di organizzazioni che valorizzano il talento e l’innovazione. La presenza di importanti imprese in qualità di mentor e partner dell’evento garantisce una visibilità senza precedenti ai giovani partecipanti.

Mettere alla prova le proprie abilità in una competizione innovativa. Attraverso la gestione strategica e operativa simulata di aziende virtuali, gli studenti hanno l’opportunità di sperimentare direttamente cosa significhi prendere decisioni cruciali in contesti aziendali complessi, affinando le proprie capacità analitiche e decisionali sotto l’occhio attento di esperti del settore.

Confrontarsi con i migliori nel proprio campo e lavorare in team. La competizione tra team universitari stimola non solo la crescita personale ma anche quella professionale, promuovendo il lavoro di squadra. Il premio “Team Working”, in particolare, è stato istituito con l’obiettivo di valorizzare l’importanza dell’ottimizzazione della comunicazione e dell’interazione interna, aspetti fondamentali nel mondo del lavoro odierno.

Appare chiaro come l’IG For You Challenge sia più di una semplice competizione. È una finestra sul futuro, un’occasione per mettere in luce le proprie capacità e concretizzare le proprie aspirazioni. Il nostro, quindi, non è semplice invito a partecipare, ma un richiamo all’avventura, una promessa di scoperta e apprendimento, l’inizio di un viaggio verso la realizzazione personale e professionale. Ogni ingegnere gestionale che risponderà a questa chiamata avrà l’occasione di unirsi a un’élite di menti brillanti, pronte a condividere esperienze, idee e visioni. È l’occasione per tessere insieme il tessuto di un domani più luminoso, per se stessi e per il mondo che ci attende.
L’undicesima edizione di IG For You Challenge – IG4U, per gli amici – prenderà il via il primo di settembre con l’apertura dell’IGRanking, il test multidisciplinare attraverso cui verranno selezionati i migliori talenti.
Chi vuole partecipare può visitare il sito web ufficiale, con tutte le informazioni e il calendario degli eventi in programma, e tenere d’occhio i nostri canali web e social, dove pubblicheremo man mano ogni novità. Nel frattempo vi invitiamo ad accendere l’entusiasmo, perché è il momento per osare, per imparare, per crescere!

Vai sul sito:  www.ig4u.it


Anticipare le sfide aziendali - individuare pain point futuri con gli strumenti di assessment

202426 Marzo 20243 Minuti

Artémat

I Post-it sono ancora oggi strumenti indispensabili per appuntare improvvisi lampi di genio prima che svaniscano. C’è chi li usa per fare copy editing. Altri ci fanno addirittura arte.

Qualcuno perfino per mettere il punto a una relazione sentimentale (Sex and the City, ep. 6-6 “Pausa di riflessione”). Perché ne stiamo parlando? Perché stiamo valutando quali gadget regalare alla prossima fiera cui parteciperemo? Beh, può darsi.

Ma in realtà i foglietti adesivi colorati ci servono per spiegare che, invece di andare sempre dritti, possiamo far funzionare il pensiero anche di lato e sperimentare altre funzioni per gli strumenti che abbiamo a disposizione. E magari scoprire che si prestano egregiamente al nuovo scopo. Per dirne un’altra, la Coca Cola non è stata mica inventata per sciogliere la ruggine, eppure…

Anche strumenti come i nostri Web InBasket® e Business Game, pur nascendo per affinare i processi di assessment e la formazione, incarnano la quintessenza della versatilità, prestandosi in maniera efficace a utilizzi “alternativi”. Stavolta, vedremo che si possono impiegare per svolgere un profondo esame dei dinamismi aziendali, anticipando sfide e capitalizzando opportunità in attesa di essere scoperte.

Entrambi questi strumenti di simulazione permettono di osservare in azione le competenze trasversali e tecniche dei partecipanti, fornendo una base solida per predire come potrebbero comportarsi in contesti aziendali reali. E se i contesti simulati riguardassero innovazioni o cambiamenti strutturali? Ti si sarà accesa sicuramente una lampadina: sì, i nostri strumenti possono essere impiegati come pain point detector per preparare le organizzazioni a cambiamenti significativi. Vediamo come.

I pain point organizzativi sono ostacoli che rallentano (o inibiscono) la crescita aziendale. Identificarli in anticipo è una questione di evoluzione proattiva. I nostri game, svolgendosi in scenari simulati realistici, possono svelare vulnerabilità latenti attraverso le reazioni dei partecipanti. Osservare i dipendenti affrontare sfide legate a trasformazioni imminenti consente di mappare le aree critiche, individuare potenziali resistenze al cambiamento e rivelare competenze nascoste, fornendo una base solida su cui costruire strategie mirate all’eccellenza organizzativa.

Successivamente, attraverso un’attenta valutazione degli insight raccolti, gli HR possono progettare interventi formativi mirati, come potenziare la leadership e migliorare la collaborazione interdipartimentale. In questo modo si trasformano potenziali vulnerabilità in opportunità di crescita.
Appare chiaro, dunque, che l’utilizzo innovativo di strumenti di assessment e formazione come i nostri Web InBasket® e Business Game rappresenti un passo avanti decisivo nella gestione del cambiamento organizzativo. Trasformando dati e osservazioni in strategie proattive, gli HR possono anticipare le dinamiche aziendali, instaurando un clima di continua evoluzione e apprendimento. Il che significa non solo prevenire inefficienze ma anche costruire un ambiente aziendale resiliente e sempre pronto ai cambiamenti.


Gestione del tempo - la capacità di massimizzare efficienza e produttività

202419 Marzo 20249 Minuti

Artémat

Parliamo del tempo? Ma non come quando cerchiamo di riempire il silenzio imbarazzante di un viaggio in ascensore con uno sconosciuto.

Qui ci interessa in relazione al mondo professionale, quella dimensione in cui sembra deformarsi sotto la pressione di scadenze, incontri, e-mail e multitasking. Quando lo consideriamo in questo contesto – almeno a noi – vengono in mente gli orologi molli di Dalì. Perché ci suggeriscono l’idea che la nostra percezione e gestione della risorsa tempo può essere altrettanto malleabile e creativa. Del resto, se ci chiamiamo Artémat…

Digressioni a parte, puntualizziamo: la capacità di gestire efficacemente il tempo non è solo una questione di produttività o di rispetto delle scadenze, ma una skill fondamentale per il benessere personale e la realizzazione professionale. Nell’ambito lavorativo moderno, dove il cambiamento è l’unica costante e la rapidità è più di una necessità, saper gestire il tempo significa poter rispondere con prontezza e flessibilità alle richieste sempre più esigenti e variabili. I professionisti che eccellono in questa competenza sono abili a destreggiarsi tra le urgenze e a stabilire efficacemente le priorità. Costoro sono capaci di trasformare “Crono” da nemico a prezioso alleato.

Da un punto di vista sociologico, la capacità di gestire il tempo è una risposta di adattamento alla domanda incessante di produttività ed efficienza che ha caratterizzato l’evoluzione delle società moderne. Dobbiamo (o vogliamo?) fare sempre più cose in sempre meno tempo. Il paradosso è che, nonostante la vita media si allunghi strada facendo, non possiamo prendercela comoda. E infatti ci siamo inventati l’intelligenza artificiale per evitare (si spera) di fare la fine del Fantozzi multitasking nella scena in cui copre le spalle ai colleghi che prendono allegramente il sole sul tetto della Megaditta.

Ma qui non vogliamo abbandonarsi a speculazioni scientifiche o filosofiche. Per cui ci limitiamo a dire che, nonostante il tempo sia percepito come lineare, la sua gestione nella dimensione professionale non lo è necessariamente e richiede la flessibilità di adattarsi alle priorità in cambiamento.
Torniamo al Secondo Tragico Fantozzi e riavvolgiamo fino alla scena della sveglia. Per dormire fino alle 7:51 e timbrare il cartellino alle 8:30 precise, la routine mattutina del ragioniere è una sequenza di azioni cronometrate sul filo del secondo. In una tale impresa al limite delle possibilità umane, la rottura di un laccio di scarpa è un evento potenzialmente catastrofico. Ma il protagonista, cintura nera di gestione del tempo, non si perde d’animo e, con creatività e sprezzo del rischio, salta dal balcone per prendere l’autobus al volo.
Risate a parte, un buon time management consente di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di pianificare strategicamente.

Quando si parla di soft skill, è facile entrare nel raggio d’azione di competenze trasversali. La gestione del tempo, infatti, impatta su diversi aspetti della dimensione professionale. La performance individuale è il più ovvio di questi. I lavoratori più “skillati” riescono a posizionare compiti e obiettivi su una scala di priorità opportuna, riducendo lo stress e aumentando la concentrazione. Quando sai come allocare il tuo tempo in maniera efficiente, sei in grado di portare a termine le attività con standard elevati, contribuendo così al raggiungimento degli obiettivi aziendali.
A livello organizzativo, una buona gestione del tempo si traduce in processi più snelli e massimizzazione dell’output di ogni individuo. Team che non procrastinano o disperdono le energie in attività poco rilevanti sono in grado di rispondere rapidamente alle esigenze del mercato e di adattarsi con prontezza ai cambiamenti, mantenendo il vantaggio competitivo.
Infine un’altra questione non da poco. Una gestione del tempo consapevole aiuta a mantenere un equilibrio tra vita professionale e privata, riducendo il rischio di burnout e aumentando la soddisfazione lavorativa. Studi scientifici dimostrano che i dipendenti che si sentono padroni del proprio tempo sono generalmente più motivati, meno stressati e più inclini a mantenere un approccio positivo nei confronti del lavoro. Spesso invece il tempo, in quanto risorsa limitata, è una fonte di pressione – scadenze da rispettare e obiettivi da raggiungere – che crea ansia da prestazione e alimenta le più svariate paure professionali.
Sull’efficacia delle strategie (ben congegnate) di gestione del tempo nel mondo aziendale, un esempio eclatante viene da Google. Quando ha implementato la famosa regola del “20% del tempo”, che permette ai suoi dipendenti di dedicare una parte della giornata lavorativa a progetti personali, ha dato vita a servizi di successo clamoroso, come Gmail e AdSense.

Se incrociamo le considerazioni fatte finora con la gamification, si aprono nuove prospettive nell’apprendimento e nel miglioramento di questa competenza chiave. Attraverso strumenti come i nostri Business Game e Web InBasket, un concetto astratto come la gestione del tempo si traduce in esperienze tangibili che rendono il training coinvolgente e, soprattutto, efficace. Nelle nostre piattaforme di simulazione, la gestione efficace del tempo si traduce in successo nel gioco che, per estensione, corrisponde a un successo nel contesto professionale reale. I nostri game mettono i partecipanti alla prova in scenari a tempo che richiedono pianificazione strategica, assegnazione di priorità alle attività e adattamento rapido ai cambiamenti. Praticamente riflettono le sfide quotidiane del mondo del lavoro, ma in una dimensione in cui non temere il “fallimento”.
Oltre al divertimento intrinseco delle attività ludiche, i benefici formativi dei nostri strumenti di gamification sono tangibili: miglioramento della capacità di pianificazione e priorizzazione, aumento della consapevolezza su come il tempo viene speso e affinamento delle strategie per ottimizzarne l’uso. Le aziende nostre partner che hanno implementato queste soluzioni hanno osservato un incremento della produttività, una riduzione dei tempi morti e un generale miglioramento nella gestione dei progetti.

Proprio per questo, oggi, è fondamentale riconoscere che la gestione del tempo non è solo un’abilità da affinare individualmente, ma una competenza collettiva che può elevare l’intera organizzazione. Identificarla nei candidati durante un assessment e potenziarla nei membri dei team è imperativo.
Alla fine di questo nostro brevissimo viaggio, ci echeggiano nella mente le strofe di “Time” dei Pink Floyd, che invitano a prendere coscienza della finitezza del tempo e a spenderlo consapevolmente. Anche se Roger Waters e Co. l’hanno scritta pensando a un contesto più ampio, suonano appropriate pure nel nostro ambito. Inoltre, a quarant’anni di distanza sembra ancora più significativa.
“And then one day you find ten years have got behind you”. Nel brano, il tempo è metafora di vita e la sua imperscrutabile finitezza avvolge le scelte in un senso di urgenza. Possiamo traslare questo pensiero nella dimensione imprenditoriale, invitando le aziende ad agire con consapevolezza e determinazione per valorizzare ogni momento a disposizione, promuovendo strategie di time management che incrementino efficienza e benessere. Noi possiamo affiancarle, in questa missione, offrendo soluzioni innovative che rispondono all’esigenza di formare professionisti e team che non solo riescano a “tenere il passo”, ma anche ad anticipare e guidare il cambiamento.