Gli ormoni del talento - biochimica della gamification
Anche tu, in tenera età, smontavi le cose per capire come funzionavano? Noi lo facciamo ancora adesso… Stavolta abbiamo aperto una testa – ehi, metaforicamente – per vedere cosa avviene nel cervello, quando si partecipa ad attività ludiche.
E allora, sigla di Quark (Bach, perdonaci, ma anche noi siamo figli della cultura pop) e avviamoci in una illuminante passeggiata tra le pieghe della materia grigia. Il cervello in questione è quello di un candidato che, nel corso di un assessment aziendale, viene messo alla prova con uno dei nostri simulation game.
L’abbiamo detto tante volte, ma fa bene ripeterlo. Ricorrere alla gamification in ambito professionale e formativo è un approccio che valorizza efficacemente l’espressione del talento e ne facilita l’individuazione e la valutazione. Ciò avviene per diverse ragioni legate sia alla psicologia umana sia alla biochimica del nostro cervello. Cioè il gioco è così efficace perché siamo biologicamente fatti per giocare. È proprio questo l’aspetto che oggi ci interessa.
La scienza ha provato che quando facciamo qualcosa, nel nostro caso quando giochiamo, nel cervello si attivano processi biochimici e neurologici. Senza scomodare il lessico scientifico, i processi biochimici sono reazioni che avvengono all’interno delle cellule viventi e influenzano il modo in cui percepiamo quello che avviene intorno a noi e come ciò ci fa sentire. Sono, per usare una similitudine informatica, il back end dell’esperienza. In parole povere, il cervello riceve uno stimolo e secerne delle sostanze – ormoni o neurotrasmettitori (a seconda del contesto del loro rilascio) – che provocano una risposta emotiva automatica. Più lo stimolo è intenso, più la risposta è significativa.
Se improvvisamente hai perso un po’ di fiducia nelle tue potenzialità di superuomo nietzschiano, è comprensibile. Ma ricorda che anche Nietzsche era figlio di Madre Natura e, con buona pace del suo ego, non poteva sfuggire ai propri neurotrasmettitori.
E detto questo, vediamo in pratica quali sono i principali quattro ormoni che il cervello produce durante l’attività ludica e perché incrementano l’engagement, la motivazione, la memorizzazione e l’apprendimento.
1) Dopamina, il “premio”
È il bacio in fronte che ci appaga quando raggiungiamo obiettivi o superiamo sfide. Quando viene rilasciata ci sentiamo bene e motivati. E siccome du gust is megl che uàn, continuiamo a giocare, impegnandoci di più, per averne ancora e di più. Stessa cosa che ci accade quando danno pollici in su e cuoricini ai nostri post sui social media. Questo meccanismo biochimico spiega perché i nostri game mantengono alta l’attenzione e l’engagement.
2) Endorfine, gli antistress naturali
Queste sostanze aiutano a migliorare il benessere generale quando siamo sotto pressione. Sono responsabili della sensazione di euforia che proviamo quando giochiamo intensamente ma divertendoci. Hai presente quando, dopo un allenamento devastante in palestra, ti senti una Pasqua nonostante i muscoli frollati che nemmeno i quarti di bovino in Rocky? Merito delle endorfine. Questo effetto, nel contesto dei nostri game, riduce l’ansia legata alla valutazione e incoraggia una partecipazione più spontanea e autentica.
3) Noradrenalina, la “bomba” di concentrazione
Viene rilasciata in situazioni di sfida o eccitazione. Agisce aumentando l’attenzione, la concentrazione e la prontezza, permettendoci di affrontare al meglio le situazioni complesse. Una volta in circolo, esiste solo ciò che dobbiamo fare e tutto il resto scompare. L’effetto è come indossare un paio di lenti selettive, che consentano di mettere a fuoco una cosa per volta. Durante un assessment o nella formazione, questa focalizzazione aiuta i partecipanti a immergersi completamente nelle simulazioni, migliorando sia la performance sia l’apprendimento.
4) Ossitocina, il “collante” sociale
Spesso viene nominata ormone dell’attaccamento, perché incentiva fiducia e legami. In contesti di gruppo, come nei giochi di squadra o nei business game collaborativi, le attività condivise possono stimolarne la produzione. Quando succede, si rafforza il senso di appartenenza e migliora la cooperazione. È un po’ come quando chiami gli amici per traslocare. Magari alla fine dovrai pagare la fisioterapia per tutti, ma quell’esperienza vi avrà avvicinati gli uni agli altri. A prescindere da quanta roba rotta tirerai fuori dagli scatoloni.
Ecco, in sintesi, ciò che avviene nel nostro cervello quando giochiamo. Questo rapido sconfinamento nella biologia ci è servito per spiegare scientificamente perché la gamification è un approccio così efficace e sempre più adottato dalle imprese per condurre assessment e fare formazione. Il bello è che dietro non c’è niente di straordinario. Si tratta solo di scegliere un approccio “naturale”, cioè che asseconda i meccanismi della nostra biologia. Straordinari, invece, sono gli effetti che si ottengono, se paragonati a quelli dei metodi classici. Perché esperienze gratificanti, meno stressanti, più focalizzate e coinvolgenti migliorano l’individuazione e la valutazione del talento oltre che l’apprendimento e la memorizzazione. Risultati che, ogni giorno, ci confermano che progettare strumenti di gamification per la dimensione professionale e formativa è la scelta giusta per noi.
Problem Solving - trasformare problemi in opportunità
Stavolta parliamo di problem solving, la stella polare delle competenze umane.
Non stiamo esagerando. Questa capacità radicata profondamente in noi va ben oltre il significato letterale del nome. È una sorta di bussola incorporata che non conosce confini disciplinari e ci consente di affrontare qualsiasi sfida quotidiana. Personale, sociale, esistenziale o professionale che sia.
Ancora di più, è il motore di ogni progresso, adattamento ed evoluzione. Sottolinea l’inclinazione tutta umana a superare ostacoli e a trasformare sfide in opportunità. È una sorta di script presente nel nostro DNA, che ha guidato l’homo sapiens attraverso le ere, dalla lotta per la sopravvivenza nelle primitive savane africane all’edificazione delle odierne società. Nel corso della storia, la capacità di risolvere problemi ha assunto forme sempre più complesse e sofisticate, riflettendo e influenzando direttamente il progresso sociale ed economico. Spingendo l’umanità verso nuovi orizzonti di conoscenza e comprensione, prosperando in un’infinità di ambienti e circostanze.
E oggi, che siamo esposti a cambiamenti esponenzialmente rapidi, significativi e frequenti, ne abbiamo bisogno quanto del gps per raggiungere una qualsiasi nuova destinazione. E infatti, al di là delle competenze tecniche specifiche, le imprese cercano talenti capaci non solo di affrontare con soluzioni efficaci le questioni del momento ma anche di anticipare problemi futuri con un approccio proattivo e innovativo. In quest’ottica, il problem solving offre un indicatore sulla loro potenziale capacità di contribuire al conseguimento di risultati. Va da sé come mai questa skill sia oramai un criterio chiave nella selezione e nella formazione avanzata del personale. Soprattutto in quei contesti in cui il vantaggio competitivo dipende da innovazione continua e adattabilità.
Ma la capacità di risolvere problemi trascende la mera applicazione di metodologie e tecniche. È come un coltellino svizzero che ha creatività, pensiero critico, empatia, comunicazione e collaborazione al posto degli utensili. Usiamo la creatività per vedere oltre le soluzioni convenzionali. Ricorriamo al pensiero critico per valutare ogni aspetto di un problema. Applichiamo l’empatia per comprendere profondamente le esigenze e le prospettive di tutte le parti coinvolte. Utilizziamo la comunicazione per condividere idee, esporre problemi e articolare soluzioni in modo chiaro e persuasivo. Infine valorizziamo la collaborazione come mezzo per unire diversi punti di vista, competenze ed esperienze. Così possiamo ideare soluzioni sostenibili, etiche e inclusive che trasformano crisi in opportunità.
Il problem solving è fondamentale in ogni campo. Nel settore tecnologico è necessario per restare al passo con un mercato in rapida evoluzione. In quello sanitario assume una dimensione critica, con impatti diretti sulla vita delle persone. Nell’industria manifatturiera, è fondamentale per migliorare i processi produttivi, ridurre i costi e garantire la sicurezza sul lavoro. I consulenti d’impresa se ne avvalgono per analizzare le sfide aziendali dei loro clienti e ideare strategiche di crescita. Perfino nella sfera dell’educazione viene utilizzata per sviluppare e implementare metodologie didattiche innovative che rispondano alle esigenze di apprendimento degli studenti, preparandoli efficacemente alle sfide professionali future.
Per i San Tommaso amanti dei paper scientifici, sono numerosi gli studi che confermano come il problem solving sia una leva strategica indispensabile per il successo aziendale. Un punto di vista interessante, per esempio, è offerto dai risultati di una ricerca intitolata “The Vital Role of Problem-Solving Competence in New Product Success” (Atuahene-Gima & Wei, 2011). Andando al succo, per ottenere migliori prestazioni da nuovi prodotti o servizi, generare e possedere ingenti quantità di informazioni sul mercato non basta. Per tradurre la conoscenza in vantaggio competitivo occorre la capacità di risolvere problemi in modo rapido, sostenibile e creativo da parte dei componenti del team.
Il fatto che il problem solving, negli ultimi anni, abbia polarizzato l’attenzione di studiosi, manager e professionisti delle risorse umane riflette un cambiamento culturale che valorizza la proattività. In soldoni, significa che stiamo passando da un modello di approccio alla risoluzione dei problemi dipendente da soluzioni “preconfezionate” a uno “espresso”, più partecipativo e collaborativo. Motivo per cui sempre più imprese scelgono di investire in risorse che permettano di individuare, valutare e potenziare questa soft skill.
In questo scenario, gli strumenti di gamification proposti da Artémat si posizionano come risorse innovative e preziose per l’assessment e la formazione. L’approccio ludico trasforma prove ed esercitazioni teoriche in esperienze pratiche coinvolgenti. Tra i nostri prodotti di punta, spiccano il Business Game e il Web InBasket, piattaforme progettate per simulare dinamiche aziendali complesse, che offrono agli HR la possibilità di osservare in azione i candidati, valutando non solo la loro abilità nel risolvere problemi ma anche come gestiscono la pressione, collaborano e comunicano all’interno di un team.
Dal punto di vista formativo, poi, la gamification rende l’apprendimento più stimolante e aiuta a consolidare competenze trasversali fondamentali come la capacità di lavoro di squadra, il pensiero critico e la gestione delle emozioni sotto stress. L’efficacia di questo approccio è confermata da tutti i nostri clienti, che testimoniano significativi miglioramenti nella capacità dei dipendenti di affrontare e risolvere problemi complessi, con un conseguente aumento dell’efficienza operativa e della soddisfazione sul lavoro. Detto come piace ai manager, maggiore innovazione, riduzione dei tempi di risposta alle sfide di mercato e vantaggio competitivo sostenibile.
In conclusione, viviamo in un’epoca in cui le sfide professionali si susseguono a una velocità paragonabile a quella dei cambi d’abito di Arturo Brachetti e le soluzioni diventano obsolete in un batter di ciglia. In questo scenario dinamico, la capacità di affrontare e risolvere rapidamente problemi complessi è il “must have” delle abilità umane. E Artémat si pone come l’alleato strategico che offre alle imprese strumenti per mettere in luce le skill cruciali di candidati e dipendenti e per avviare percorsi formativi durante i quali affinarle. Un investimento indispensabile per ogni azienda che vuole accrescere il proprio capitale umano e seguire il flusso dell’innovazione senza perdersi strada facendo.
Il potere della leadership - guidare un team con l’ispirazione
Capo o leader, chi guida meglio un team di lavoro? Domanda retorica. Perché la risposta sta proprio nella differenza tra queste due figure distinte eppure sovrapponibili.
Ma prima, hai visto il film Erin Brockovich? Beh, ci sarebbe piaciuto introdurre l’argomento citandone una battuta, perché la protagonista è la quintessenza della leadership naturale e autentica. Appunto, fin troppo autentica. Non ne abbiamo trovate senza parolacce… Ma se hai visto la pellicola concorderai che la sua storia trasuda carisma, determinazione, empatia e mostra come una soft skill così eccezionale come la leadership possa inaspettatamente appartenere a una persona priva di titoli e autorità, quindi apparentemente ordinaria.
Ma facciamo un salto in ambito scientifico. La leadership ha radici profonde nell’evoluzione umana. Già nei primi gruppi sociali c’erano figure che assumevano ruoli guida per la loro capacità di influenzare e motivare gli altri, ma anche di trasmettere conoscenze e abilità. Sin dall’età della pietra il ruolo del leader era vitale per la sopravvivenza del gruppo e in sua assenza sarebbe stato suscettibile al caos e alla disorganizzazione, rischiando di disgregarsi e compromettendo la sicurezza e il benessere dei suoi membri.
Inoltre se gli uomini non avessero imparato ad agire in gruppo, dividendosi i compiti, proteggendosi a vicenda e perorando la causa comune, probabilmente avrebbero avuto meno chance in un ambiente ostile e competitivo com’era il mondo primitivo. Ma la cosa non è tanto diversa oggi, se pensiamo alla sfera delle big company.
Insomma, dal punto di vista biologico, certe caratteristiche – come la capacità di prendere decisioni rapide e l’intuito sociale – sono state selezionate nel corso del tempo, delineando ciò che oggi riconosciamo come qualità di un leader.
“Un momento, starai pensando, dal punto di vista biologico”? Proprio così. La maggior parte delle qualità di leadership si sviluppano attraverso le interazioni con l’ambiente, esperienze che, nel corso dell’evoluzione, diventano parte del corredo genetico.
Ora possiamo ritornare alla questione iniziale, perché abbiamo capito che un leader ispira. Mentre un capo impone. Una differenza fondamentale che si riflette nel modo in cui questi individui interagiscono con il loro team. Mentre un capo potrebbe fare affidamento sull’autorità e sul potere, un vero leader usa la persuasione, l’ispirazione e l’empatia per guidare il gruppo verso il raggiungimento dell’obiettivo. Ovviamente ci sono casi in cui queste figure coincidono.
Per rimanere nella dimensione cinematografica, Miranda Priestly, la temuta direttrice de Il diavolo veste Prada, è un esempio di capo in senso tradizionale. Autoritaria, esigente e spesso insensibile, impone le sue decisioni senza considerare i sentimenti o le opinioni dei suoi sottoposti. Il suo modo di agire non incoraggia la crescita o il benessere dei dipendenti.
Nello stesso film, invece, lo stile di leadership di Nigel, il direttore artistico, è più incentrato sulla guida e sul supporto, mostrando comprensione e un approccio empatico verso i colleghi. Sebbene faccia di tutto per nasconderlo.
Bene, sarebbe piacevole continuare a dissertare di cinema (anche perché, con la scusa, chi scrive ha colto l’occasione per rivedere qualche scena cult su YouTube) ma è il momento di parlare di come si sviluppa e si manifesta la leadership nel contesto professionale.
Nell’ambito lavorativo, questa soft skill va oltre il semplice gestire un team. Si tratta di creare una visione, ispirare fiducia e motivare i membri della squadra a superare i loro limiti. Una leadership efficace si traduce in un incremento della produttività, nell’innovazione e in un miglior clima lavorativo. È l’abilità di dare forma a un ecosistema in cui ognuno può prosperare e contribuire al meglio delle proprie capacità. Fin qui tutto chiaro. Ma come si comporta un bravo leader?
Innanzi tutto motiva i suoi collaboratori, ispirando un senso di scopo e appartenenza. I lavoratori motivati sono più produttivi, perché si sentono valorizzati e parte integrante del successo dell’azienda. Perciò delega e dà fiducia, responsabilizzando e rendendo autonomi i dipendenti.
Poi incoraggia la creatività, creando occasioni in cui il rischio è controllato. Questo permette di sperimentare e proporre idee nuove. A questo proposito, valorizza diverse prospettive e incoraggia il pensiero critico all’interno del team.
Di conseguenza predilige una comunicazione positiva e trasparente, che aiuta a creare un’atmosfera di apertura e fiducia, in cui condividere punti di vista e preoccupazioni. Quindi riconosce e apprezza gli sforzi altrui, aumentando la soddisfazione e incentivando l’impegno.
Ma un bravo manager, se vuole esercitare una leadership efficace, non deve mantenere un atteggiamento assertivo a tutti i costi. Anzi, deve saper gestire e risolvere i conflitti in maniera costruttiva, evitando che si creino tensioni e disarmonie nel team. Non deve mai perdere di vista il fatto che ci può essere coesione e benessere solo in un ambiente in cui i problemi possono essere discussi apertamente e risolti in modo collaborativo.
Quanto detto finora è confermato da numerosi studi psicologici e sociologici che hanno dimostrato come le abilità di leadership influenzino positivamente non solo le prestazioni individuali ma anche quelle del team. La stessa Google ha condotto una ricerca (lunga 10 anni), nota come “Progetto Oxygen”, che ha dimostrato come i team guidati da manager come quelli che abbiamo descritto avevano prestazioni migliori, maggiore soddisfazione e minor turnover.
Sono parecchi anche i casi tratti dalle realtà aziendali che provano come una leadership efficace possa trasformare intere organizzazioni, portandole al successo. Quando Satya Nadella è stato eletto CEO di Microsoft, nel 2014, ha introdotto una nuova filosofia di leadership incentrata sulla crescita e sull’apprendimento. Sotto la sua guida, Microsoft ha registrato un notevole incremento della capitalizzazione di mercato e ha rinnovato la sua cultura aziendale, ponendo l’accento sulla collaborazione e l’innovazione. I risultati del suo approccio sono noti a tutti.
Arrivati fin qui, è facile intuire che uno degli obiettivi principali di ogni azienda con grandi aspirazioni è assicurarsi che ogni team di lavoro sia guidato dalla persona giusta. Ma come insegna il caso di Erin Brockovich – tanto quello nella finzione quanto quello reale – un buon leader si può nascondere sotto le spoglie di un individuo comune.
Per fortuna, l’introduzione della gamification nei processi aziendali può essere un potente strumento per mettere in luce e sviluppare le qualità di leadership. Attraverso attività ludiche e sfide, infatti, i leader possono emergere, mostrando le loro capacità in uno scenario dinamico e stimolante.
È a questo punto che entriamo in gioco noi di Artémat con i nostri Business Game, che offrono agli HR uno strumento di assessment unico per individuare, valutare e potenziare la leadership. Approfondiamo un po’ il discorso, per spiegare quali sono i benefici di un approccio innovativo di questo genere.
I Business Game sono role play che simulano situazioni di lavoro realistiche, spesso cariche di stress e conflitti, permettendo ai partecipanti di dimostrare le loro capacità in un contesto pratico ma sicuro e controllato. In contesti come questi, alcuni candidati emergono naturalmente come leader, prendendo l’iniziativa, polarizzando le discussioni e guidando il gruppo verso un obiettivo comune. Questi momenti offrono agli HR l’opportunità di identificare chi possiede qualità di leadership naturali.
Ma osservare in tempo reale i partecipanti alle prese con dinamiche emotive complesse è anche il contesto ideale per individuare i leader potenziali. Cioè quegli individui che, col giusto training, possono risvegliare la loro capacità latente, svilupparla e affinarla, imparando a gestire situazioni sempre più difficili, comunicare efficacemente e motivare i propri team.
Ed è anche in campo formativo che i Business Game si rivelano strumenti dalla straordinaria efficacia. Dopo un role play, infatti, spesso si svolge un debriefing durante il quale i partecipanti riflettono sulle loro azioni e ricevono feedback. Questo processo aiuta a riflettere criticamente sul proprio comportamento, tappa importante nel percorso di ogni leader, che implica l’apprendimento continuo e l’adattamento.
In conclusione, la leadership è una tessitura complessa di virtù, intuizioni e capacità di ispirare e motivare. Come abbiamo esplorato attraverso esempi concreti e ricerche scientifiche, un leader efficace non è solo colui che dirige, ma è anche un catalizzatore di potenziale, un costruttore di visioni e un facilitatore di crescita personale e professionale. In questo contesto, i nostri Business Game rappresentano uno strumento rivoluzionario, non solo per identificare i leader nascosti, ma anche per affinare e sviluppare le loro capacità. Come ci insegna la storia di Erin Brockovich, sia nella finzione che nella realtà, un grande leader può emergere dalle situazioni più inaspettate, trasformando ogni sfida in una trionfale storia di successo. Noi ci impegniamo costantemente a svelare e coltivare questi talenti nascosti, guidando le aziende verso un futuro in cui la leadership è non solo riconosciuta, ma celebrata come la chiave per un ambiente lavorativo più dinamico, innovativo e umanamente ricco.
Empatia - in un team vincente ci si capisce al volo
Se chiedessimo a Toby Flenderson – il responsabile delle risorse umane della serie tv The Office – probabilmente direbbe che “l’empatia è l’abilità di ascoltare e comprendere le persone, anche quando preferiresti essere da qualsiasi altra parte”.
E non sarebbe troppo lontano. Ma aggiungeremmo che essere empatici significa anche rispondere (in senso lato) con sensibilità.
Prima di approfondire, facciamo una panoramica svelta dal punto di vista degli studiosi. Per gli psicologi e i sociologi, l’empatia è la capacità di percepire e condividere i sentimenti altrui. È una componente fondamentale della cosiddetta “intelligenza emotiva”, che è la capacità di riconoscere, comprendere, gestire e utilizzare le proprie emozioni e quelle altrui in modo efficace. L’empatia si manifesta in due forme principali: empatia cognitiva, che è la capacità di comprendere le prospettive altrui, ed empatia emotiva, la capacità di condividere le emozioni altrui. La scienza ha dimostrato ampiamente che alte quote di comprensione e condivisione possono migliorare significativamente le relazioni interpersonali e il clima aziendale, con i benefici che vedremo di seguito.
Nei team aziendali, la collaborazione efficace è indispensabile per stabilire un clima di lavoro positivo. La capacità di comprendere e rispettare le emozioni dei colleghi può ridurre i conflitti e aumentare la cooperazione. In realtà come Google e Microsoft, per esempio, si sono registrati miglioramenti tangibili nella produttività e nella soddisfazione dei dipendenti quando l’empatia è stata posta al centro della cultura aziendale.
Tra l’altro, i leader empatici sono in grado di motivare e ispirare i loro team, creando una connessione più profonda e un senso di fiducia. Questo perché la capacità di un leader di dimostrare empatia si traduce in una guida più efficace, un migliore e maggiore coinvolgimento dei dipendenti e dunque in risultati aziendali superiori.
Tutto ciò è possibile perché l’empatia è strettamente intrecciata con altre competenze chiave come la comunicazione efficace, la gestione dei conflitti e il problem solving. Un individuo empatico è spesso un comunicatore più efficace e un risolutore di problemi più intuitivo, in grado di affrontare e vincere le sfide in maniera più umana. L’empatia potenzia la capacità di ascolto attivo, permette di comprendere veramente le preoccupazioni e i bisogni degli altri e quindi di produrre risposte costruttive. Un leader che capisce le dinamiche emotive del team, può osservare i problemi da diverse prospettive oltre la propria, trovando soluzioni più creative e inclusive. La comunicazione empatica, inoltre, consente di cogliere nel dialogo ciò che può alimentare la motivazione di ciascun membro della squadra e aumentare il suo senso di appartenenza al progetto.
Ci sarebbe molto altro da dire e probabilmente lo faremo in futuro. Nel frattempo, chi ha voglia di approfondire può procurarsi una copia di Empathy at Work: The Role of Empathy in Workplace Interactions (Anita Woolley e Thomas W. Malone, 2011), dove si esamina il ruolo dell’empatia nelle interazioni professionali.
Ma prima, spostiamo velocemente il focus dall’employee experience alla customer experience perché, anche in questo contesto, l’empatia può essere uno strumento efficace per entrare in sintonia con le persone.
Nell’ambito del servizio clienti, l’empatia permette di stabilire connessioni più autentiche con i consumatori, che corroborano la loro fedeltà al marchio. Esempi di aziende come Zappos.com dimostrano come un approccio empatico nel servizio clienti possa trasformare un’esperienza ordinaria in un’interazione memorabile, incrementando la soddisfazione del cliente, dunque anche le vendite. Nello specifico, l’azienda concede ai suoi dipendenti una notevole libertà nell’interazione con i clienti, consentendo loro di prendere decisioni non codificate all’interno di un protocollo per soddisfarli. E funziona. Tant’è che questo modello innovativo – basato sul concetto di design thinking guidato dagli insight del cliente – ha influenzato molte altre aziende. Ciò dimostra che una cultura aziendale incentrata sull’empatia può essere un potente differenziatore in un mercato oggi estremamente competitivo.
Ma se da un lato è semplice capire quanto prodigiosi possano essere gli effetti dell’empatia sull’andamento di un team di lavoro, dall’altro non è altrettanto facile capire se, nel corso di un classico assessment, i candidati possano davvero vantarla nel loro corredo di soft skill. E ammesso che ne siano dotati, come stabilire chi, fra le persone da valutare, riesce a entrare più facilmente in sintonia con gli altri? La risposta è: non si può. Non in un colloquio. L’unico modo per scoprirlo è osservare i candidati in azione. Si può optare, quindi, per un periodo di assessing fit, durante il quale sondare la compatibilità degli individui con la cultura e le esigenze aziendali. E anche così non è detto che certe abilità emergano rapidamente e in modo evidente. Ciò dipende dalle situazioni che si presenteranno. Ma un’azienda attenta all’innovazione dei processi di selezione non può affidare al caso le tempistiche delle risorse umane. Qui entriamo in gioco noi di Artémat.
La metafora non è casuale, perché per aiutare gli HR a fare valutazioni rapide ed efficaci, portiamo in campo la gamification. Con i nostri Business Game è possibile apprezzare la capacità dei candidati di entrare in relazione con gli altri nei contesti lavorativi, senza la necessità di portarli subito in azienda. I nostri “giochi” sono progettati per simulare in maniera coinvolgente e realistica scenari manageriali tipici, permettendo agli HR di valutare i candidati mentre interagiscono tra loro in situazioni di stress che richiedono empatia attiva, capacità di gestione emotiva e rapidità di reazione. Questi strumenti di assessment sono innovativi e particolarmente efficaci nell’innescare e rivelare dinamiche di gruppo. Inoltre offrono un punto d’osservazione ottimale ma discreto, in modo che la prova non venga falsata dalle pressioni psicologiche che potrebbero verificarsi se i candidati si sentissero come pesci in un acquario.
Forniamo i nostri Business Game alle più grandi aziende italiane e internazionali, aggiornandoli costantemente per renderli sempre più efficaci. Sono risorse innovative anche in ambito formativo e i nostri clienti le usano con successo per migliorare le capacità empatiche dei propri dipendenti. Attraverso scenari interattivi e challenge di gruppo, gli individui imparano l’importanza dell’ascolto attivo e dell’empatia nel lavoro di squadra e nel problem solving.
Coltivare l’empatia in un ambiente aziendale può presentare delle sfide, prima fra tutte l’umana resistenza al cambiamento. Ma sono sfide che vale la pena affrontare, poiché le opportunità in gioco sono immense. Investire in questa direzione può portare a un miglioramento generale della qualità della vita lavorativa, sia dal punto di vista dell’innovazione che dell’inclusività. Perché l’empatia è molto più di una semplice soft skill, è una competenza vitale in una dimensione professionale sempre più interconnessa e human oriented. Processi di reclutamento e sviluppo all’avanguardia come quelli proposti da noi possono sbloccare il pieno potenziale dei team, contribuendo a creare un ambiente di lavoro più collaborativo, inclusivo e produttivo.
Comunicazione come chiave del successo aziendale
Ti sei mai chiesto perché le aziende si chiamano anche “imprese” oppure “organizzazioni”?
Il primo termine rimanda all’idea di compiere un’opera. Mentre il secondo è legato al concetto di rapporto coordinato di mutua dipendenza. Sono sinonimi legati a doppio filo, non c’è bisogno di andare oltre. Per organizzarci e compiere un’impresa dobbiamo comunicare. Che non significa solo rimbalzarci meme su whatsapp e lanciare commenti sui social.
Per questo, nell’ecosistema aziendale contemporaneo, la comunicazione si è evoluta da semplice attitudine personale a pilastro fondamentale del successo professionale. Da essa dipende gran parte dell’efficienza del team e dunque i traguardi dell’impresa. Che è il motivo per cui l’impegno di Artémat nell’aiutare gli HR a valutare questa soft skill durante i processi di assessment è sempre più intenso.
«La comunicazione, nel suo nucleo più profondo, è l’infrastruttura della comprensione umana». Lo diceva Peter Drucker, mente dietro alcune delle più brillanti teorie sul managment moderno. Questa parole fotografano l’essenza di ciò che rende questa soft skill più di un mero scambio di informazioni, bensì il ponte che collega menti e cuori, facilitando la comprensione, innescando le connessioni e favorendo la collaborazione.
Nel tessuto lavorativo, la comunicazione assume molteplici sfaccettature. Dall’ascolto attento all’interpretazione non verbale, fino all’arte di esprimere idee in modo chiaro e convincente. Ecco perché essa si intreccia strettamente con altre competenze trasversali come la leadership, l’empatia e il problem solving, formando il fulcro attorno al quale ruotano tutte le interazioni professionali.
Essere in grado di comunicare efficacemente significa generare un impatto, dar luogo a una risonanza e creare occasioni di comprensione reciproca. In un ambiente lavorativo, dove il successo spesso dipende dalla capacità di lavorare insieme verso obiettivi comuni, questa abilità è un indicatore chiave di performance e di potenziale di leadership.
Possiamo metterla così: la comunicazione efficace è la linfa del team. Immagina un progetto dove idee brillanti vengono esposte chiaramente, i conflitti sono risolti con empatia e ogni membro del team si sente ascoltato e valorizzato. Il risultato? Un ambiente di lavoro sinergico, armonioso e produttivo in cui nulla osta il raggiungimento e anche il superamento degli obiettivi con grinta e creatività.
In un ambiente tendenzialmente pervaso da pressioni psicologiche e condizionamenti come il classico colloquio/intervista, può essere difficile valutare l’effettiva capacità comunicativa di un individuo. L’ansia da prestazione, per esempio, è una bestiola antipatica che infesta contesti rigidi e formali. Quando s’attacca al polpaccio del povero candidato, quello inizia a sparare risposte preconfezionate che lo rappresentano quanto un ritratto dipinto da una talpa col Parkinson. Risposte che alimentano – e questo è forse anche peggio – la fermentazione di un vasto bouquet di bias cognitivi da una parte e dall’altra della scrivania.
Qui entriamo in gioco noi di Artémat. I nostri Business Game danno vita a scenari simulati che spingono i candidati oltre i confini delle interviste convenzionali, permettendo agli HR di osservare le abilità comunicative in un contesto realistico. I colloqui tradizionali raramente offrono l’opportunità di osservare i candidati in dinamiche di gruppo. Eppure questo è un aspetto fondamentale per valutare la skill comunicazione su cui ognuno deve far perno in un contesto lavorativo reale.
Inoltre i colloqui standard spesso non simulano le sfide e le situazioni complesse che un individuo potrebbe incontrare sul posto di lavoro, limitando la capacità di valutare come comunica sotto pressione o in situazioni non strutturate.
Di fronte a queste sfide, il nostro approccio è innovativo ed efficace. Immagina un “gioco” dove i candidati sono immersi in scenari aziendali complessi e realistici, collaborando per raggiungere obiettivi comuni. Questi possono variare dalla gestione di progetti a sfide strategiche, richiedendo ai partecipanti di interagire efficacemente per raggiungere un risultato di squadra. Spesso vengono simulate situazioni che possono portare a disaccordi o tensioni.
Ecco, i nostri Business Game creano queste esperienze, offrendo agli HR una finestra privilegiata per osservare (senza essere notati) la capacità dei candidati di comunicare, gestire e risolvere conflitti, negoziare, esercitare la propria influenza e organizzarsi in situazioni pressanti, per collaborare in maniera costruttiva.
E dato che facendo si impara, oltre a efficientare il processo di valutazione, aiutano i candidati a sviluppare competenze di teamworking, poiché forniscono un contesto ricco e sfaccettato per apprendere l’importanza dell’ascolto attivo, del dare e ricevere feedback e di come esprimere le proprie idee in modo chiaro e rispettoso.
In definitiva, sono strumenti rivelatori attraverso cui molte grandi aziende hanno scoperto talenti straordinariamente dotati. Perché, come già accennato, la comunicazione è radicata in altre competenze chiave come l’empatia, il lavoro di squadra e la leadership. E noi di Artémat, attraverso i Business Game, promuoviamo una scoperta olistica delle soft skill, facilitando l’emergere di leader equilibrati, collaboratori empatici e problem solver creativi. Insomma non progettiamo solo strumenti di valutazione ma catalizzatori di crescita e sviluppo. Significa aprire le porte a un futuro dove ogni talento è riconosciuto non solo per ciò che sa, ma anche per come si connette agli altri.
Si alza il sipario, inizia la Challenge!
Con lo skillgame si è concluso il primo atto della Challenge.
Ma il bello deve ancora venire, poiché al momento abbiamo solo conosciuto i protagonisti di questo spettacolo di talenti. Radunato un eccezionale cast di diversità accademiche – con circa 30 università rappresentate e talenti provenienti dalle facoltà di Ingegneria, Economia, Finanza, Statistica, Informatica a Fisica – a breve il sipario si aprirà sul secondo atto.
Vedremo i protagonisti singolarmente alle prese con le video-interviste e il role play. In queste prove, ognuno avrà modo di mostrare le proprie attitudini a un pubblico di HR che non aspetta altro di scoprire le nuove stelle del mondo del lavoro.
Ma è nel terzo atto che si terrà la performance decisiva, quella in cui la trama arriverà al climax. E non sarà più narrata individualmente, ma in maniera corale. Per affrontare il business game, la bravura consisterà nel tessere storie di cooperazione, innovazione e strategia. Un connubio dove il talento individuale, come in un musical entusiasmante, danza con la magia del lavoro di squadra, andando verso un finale esplosivo: un’offerta professionale da un’azienda leader nel mercato internazionale.
Ma nonostante le metafore usate in queste righe, per i migliori tra i migliori la conclusione della Challenge non sarà una finzione, bensì un esordio nel mondo reale. Un’occasione che potrebbe trasformarsi nell’opportunità di una vita. Ci sarà un quarto atto, insomma, che si scriverà negli uffici di quelle aziende dove avranno la chance di trasformarsi in star del business.
University Talent Challenge, infatti, non è un teatro di competenze fine a sé stesso. Per qualcuno dei nostri talenti è sicuramente un’anteprima del suo futuro professionale. Per tutti gli altri, non meno della prova generale di ciò che il domani gli può riservare. Un’esperienza formativa di valore inestimabile.
A tutti i partecipanti, quindi, auguriamo sinceramente di mettere a frutto quanto acquisito nel percorso accademico e di trovare la determinazione necessaria per scrivere il proprio successo lavorativo. In bocca al lupo e buona Challenge a tutti!
Vai sul sito:
www.universitytalentchallenge.it
I business game per la didattica nelle scuole
Ci sono docenti per cui il suono della campanella, più che della lezione, segna l’inizio di una missione. Docenti che si rimboccano le maniche e fanno la differenza, perché guardano oltre il programma. Insegnanti che credono nel potere dell’istruzione come mezzo di crescita e cambiamento. Perciò si aggiornano costantemente e sperimentano nuovi metodi, determinati a preparare al meglio i loro studenti per il futuro.
A scuola, in effetti, i giovani acquisiscono conoscenze riguardanti le varie materie di studio ma anche le competenze necessarie ad affrontare la vita. Il sistema, quindi, dovrebbe anche aiutarli a sviluppare un mindset che gli tornerà utile quando inizieranno il capitolo lavoro. Per questi docenti, sempre alla ricerca di nuove soluzioni e metodi innovativi, i business game rappresentano la prossima frontiera dell’apprendimento.
Il gioco è sempre stato un potente strumento di apprendimento. Chiunque di noi ricorda le lezioni apprese giocando. Il gioco ci insegna a pensare in modo critico, a risolvere problemi e a lavorare in team. Ecco perché i business game sono sempre più popolari in tutti i livelli di formazione.
Ma cos’è un business game? È la simulazione virtuale ma realistica di come funziona un’azienda. Gli studenti, suddivisi in team ma anche singolarmente, gestiscono un’impresa virtuale, affrontando sfide e prendendo decisioni con l’obiettivo di apprendere le principali dinamiche aziendali e di capire come sono collegate fra loro. Questo approccio è basato su principi psicologici come l’apprendimento esperienziale e la gamification, e può essere applicato in tutti settori. L’elemento competitivo aggiunge un ulteriore livello di coinvolgimento e stimolo.
I vantaggi sono evidenti tanto per gli studenti, cui viene offerto un ambiente sicuro per sviluppare e potenziare competenze tecniche (analisi, strategia, marketing, economia ecc.) e competenze trasversali (comunicazione, teamworking, decision making ecc.), che per i docenti, che così possono insegnare materie complesse in modo più coinvolgente e interattivo. “Dimmi e dimentico, insegnami e potrei ricordare, coinvolgimi e imparo”, disse Benjamin Franklin.
Immagina una classe di studenti che gestisce una startup nel mercato delle applicazioni mobile. Ogni decisione, dalla gestione del budget alla valorizzazione del capitale intellettuale, influisce sul successo dell’azienda e, di riflesso, offre ai ragazzi la possibilità di capire bene come funziona la sostenibilità nel business. Il beneficio è che, quando arriverà per davvero il loro momento, quei ragazzi avranno una valida esperienza su cui basare le loro prime, importanti scelte.
Schematizzando, i business game si articolano in 4 step:
- Formazione dei team: dove gli studenti vengono suddivisi in piccoli gruppi.
- Scelta del settore: in cui ogni team individua l’ambito su cui concentrarsi.
- Gestione e strategia: durante il quale i gruppi prendono decisioni di varia natura.
- Valutazione e feedback: scelte ed effetti derivati vengono analizzati per trarre lezioni preziose.
A questo punto il dubbio è legittimo: questo approccio funziona con i giovanissimi tanto quanto si è rivelato efficace con i grandi? Sicuramente. Lo confermano i feedback ampiamente positivi che raccogliamo da migliaia di studenti che partecipano ai business game progettati da Artémat e distribuiti nelle scuole da Ligra srl. La maggior parte dei ragazzi riferiscono un aumento della comprensione riguardo le dinamiche aziendali e un miglioramento delle competenze trasversali.
Ciò dimostra che non si tratta solo di un trend, ma del futuro dell’educazione. Le aziende adottano questo approccio per il recruitment e la formazione dei loro dipendenti, le università lo hanno introdotto per migliorare sia l’input che l’output didattico e anche le scuole, pian piano, si stanno convertendo. In un mondo in rapida evoluzione, i business game rappresentano il passaggio più rapido ed efficace tra la teoria e la pratica. Perché come diceva Platone: “La direzione in cui l’istruzione inizia un uomo determinerà la sua vita futura”.
La gamification per potenziare la skill Teamworking
In Africa dicono che “da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano”. Nel mondo delle imprese funziona esattamente così. Infatti tutte destinano molte risorse nella formazione di team capaci di esprimere un valore superiore alla semplice somma delle parti. Insomma, le aziende non cercano solo giovani talenti, bensì giovani talenti che possano lavorare perfettamente in sintonia l’uno con gli altri. Quindi, ragazzi, prima imparate a fare squadra, prima avrete accesso a grandi soddisfazioni professionali.
Ma come si può allenare questa soft skill se non si fa ancora parte di un team aziendale? La risposta appare ovvia solo dopo averla letta: giocando. Più precisamente, stiamo parlando di un approccio innovativo e dinamico alla formazione, su cui noi di Artémat abbiamo basato il format University Talent Challenge. Stiamo parlando di “gamification”.
Si tratta di una tecnica che utilizza le dinamiche ludiche per stimolare l’engagement e la collaborazione. La fase finale di University Talent Challenge, infatti, è un Business Game, un’esperienza simulata ma estremamente realistica, che pone i team di partecipanti di fronte a sfide e problemi riguardanti la gestione d’impresa. In questo contesto, il singolo talento è importante, ma è la sinergia del gruppo che porta alle soluzioni ideali.
Il “role playing” è l’elemento chiave della gamification. Nel corso della simulazione, i partecipati assumono in modo spontaneo e naturale un ruolo all’interno del team, confrontano idee, superano ostacoli e prendendo decisioni insieme. Nella cornice di University Talent Challenge, poi, lavorare insieme è anche un’occasione di contaminazione culturale che può rivelarsi proficua anche sul profilo creativo. I team, infatti, sono formati da laureandi e neolaureati provenienti dalle facoltà di Ingegneria, Economia, Finanza, Statistica, Informatica e Fisica di tutte le università italiane.
Le fasi del gioco si svolgono in un ambiente protetto, cioè scevro dai fattori psicologici inibitori cui si può essere esposti in un luogo di lavoro reale. Trattandosi di una finzione, non si ha paura di dire la propria, non si teme il fallimento né si sente il peso delle responsabilità, perché non si possono fare danni. In questo contesto, il talento si esprime al massimo, dunque si aumenta anche il potenziale del gruppo.
Perché funziona? Semplice, il gioco ha un incredibile potere sulla psiche umana: stimola l’entusiasmo, la competizione (sana) e la determinazione. Quando si gioca in squadra, come avviene durante la nostra Challenge, emerge un altro aspetto fondamentale: la cooperazione. La vittoria è una meta comune, un traguardo da raggiungere insieme. E tutti giocano un ruolo cruciale per raggiungerla.
La teoria impartita nelle aule universitarie è fondamentale, ma è nel mondo reale che le competenze vengono messe alla prova. University Talent Challenge rappresenta il ponte perfetto tra questi due mondi, perché fornisce ai partecipanti l’occasione ideale per applicare ciò che hanno imparato, portando valore al team cui vengono assegnati.
Partecipare all’UTC non è solo un’esperienza formativa, ma una vera e propria anteprima di ciò che ti attende nel mondo lavorativo. E durante la challenge ti renderai conto che, nell’universo professionale, il talento individuale può brillare, ma è l’insieme delle stelle che illumina il cielo.
Per maggiori informazioni e partecipare:
www.universitytalentchallenge.it
info@universitytalentchallenge.it
Grandi opportunità di carriera con University Talent Challenge
In un mondo in rapida evoluzione, dove la competizione per accedere alle posizioni lavorative desiderate è sempre più serrata, Artémat – in collaborazione con a2a, Accenture, Barilla Group, Brembo S.p.A., Decathlon, Deloitte, EY, FINCANTIERI, Cegeka, Generali e NTT DATA – presenta University Talent Challenge: un innovativo “career format” digitale ideato e progettato per laureandi e neolaureati delle facoltà di Ingegneria, Economia, Finanza, Statistica, Informatica e Fisica.
Cos'è University Talent Challenge?
Si tratta di un gamification contest digitale, un formato unico nel suo genere, che favorisce l’incontro tra giovani talenti e importanti aziende partner che operano sul mercato nazionale e internazionale. L’obiettivo è catapultare i partecipanti in un processo di assessment strutturato, permettendo loro di confrontarsi con i migliori candidati d’Italia e di mostrare da subito quanto valgono nel mondo del lavoro.
Chi può partecipare?
Il progetto si rivolge a laureandi in fase di tesi e/o a 4 esami dalla laurea, nonché a neolaureati magistrali da massimo 6 mesi al di sotto dei 29 anni di età. È una straordinaria opportunità per familiarizzare con nuovi strumenti di selezione sempre più utilizzati dalle aziende e per prepararsi ai colloqui futuri.
Come funziona?
Il processo si articola in tre fasi ben distinte:
1) Skillgame, un test multidisciplinare online in cui far emergere competenze specifiche e abilità.
2) Video Intervista & Role Playing, dove i candidati saranno valutati sulle base delle loro soft skill e si misureranno con situazioni lavorative simulate.
3) Business Game Online, un’esperienza stimolante e competitiva in cui i partecipanti, suddivisi in squadre, gestiranno un’azienda virtuale.
Quando e dove?
Tutte le fasi di University Talent Challenge si svolgono online, abbattendo le barriere geografiche e permettendo la partecipazione a chiunque risponda ai requisiti e non veda l’ora di mettere in gioco il proprio talento. La piattaforma è già accessibile per le iscrizioni e le selezioni avranno inizio a breve.
Perché partecipare?
Questo evento rappresenta un’opportunità unica sia per i candidati sia per le aziende. I primi possono beneficiare di una formazione pratica di alto livello e di un potenziale inserimento lavorativo presso aziende prestigiose. Le aziende partner, d’altro canto, hanno la possibilità di selezionare talenti pre-selezionati, risparmiando tempo e risorse nel processo di reclutamento.
In conclusione, attualmente University Talent Challenge rappresenta la migliore opportunità di inserimento nel mercato del lavoro riservata a laureandi e neolaureati. Perché, oltre a essere strutturato in maniera da valorizzare al massimo il talento, permette di fare networking di altissimo livello e costruirsi sin da subito una carriera di livello top.
Per maggiori informazioni e partecipare:
www.universitytalentchallenge.it
info@universitytalentchallenge.it








