Gli ormoni del talento - biochimica della gamification

20245 Marzo 20246 Minuti

2024

Anche tu, in tenera età, smontavi le cose per capire come funzionavano? Noi lo facciamo ancora adesso… Stavolta abbiamo aperto una testa – ehi, metaforicamente – per vedere cosa avviene nel cervello, quando si partecipa ad attività ludiche.

E allora, sigla di Quark (Bach, perdonaci, ma anche noi siamo figli della cultura pop) e avviamoci in una illuminante passeggiata tra le pieghe della materia grigia. Il cervello in questione è quello di un candidato che, nel corso di un assessment aziendale, viene messo alla prova con uno dei nostri simulation game.

L’abbiamo detto tante volte, ma fa bene ripeterlo. Ricorrere alla gamification in ambito professionale e formativo è un approccio che valorizza efficacemente l’espressione del talento e ne facilita l’individuazione e la valutazione. Ciò avviene per diverse ragioni legate sia alla psicologia umana sia alla biochimica del nostro cervello. Cioè il gioco è così efficace perché siamo biologicamente fatti per giocare. È proprio questo l’aspetto che oggi ci interessa.

La scienza ha provato che quando facciamo qualcosa, nel nostro caso quando giochiamo, nel cervello si attivano processi biochimici e neurologici. Senza scomodare il lessico scientifico, i processi biochimici sono reazioni che avvengono all’interno delle cellule viventi e influenzano il modo in cui percepiamo quello che avviene intorno a noi e come ciò ci fa sentire. Sono, per usare una similitudine informatica, il back end dell’esperienza. In parole povere, il cervello riceve uno stimolo e secerne delle sostanze – ormoni o neurotrasmettitori (a seconda del contesto del loro rilascio) – che provocano una risposta emotiva automatica. Più lo stimolo è intenso, più la risposta è significativa.

Se improvvisamente hai perso un po’ di fiducia nelle tue potenzialità di superuomo nietzschiano, è comprensibile. Ma ricorda che anche Nietzsche era figlio di Madre Natura e, con buona pace del suo ego, non poteva sfuggire ai propri neurotrasmettitori.

E detto questo, vediamo in pratica quali sono i principali quattro ormoni che il cervello produce durante l’attività ludica e perché incrementano l’engagement, la motivazione, la memorizzazione e l’apprendimento.

1) Dopamina, il “premio”

È il bacio in fronte che ci appaga quando raggiungiamo obiettivi o superiamo sfide. Quando viene rilasciata ci sentiamo bene e motivati. E siccome du gust is megl che uàn, continuiamo a giocare, impegnandoci di più, per averne ancora e di più. Stessa cosa che ci accade quando danno pollici in su e cuoricini ai nostri post sui social media. Questo meccanismo biochimico spiega perché i nostri game mantengono alta l’attenzione e l’engagement.

2) Endorfine, gli antistress naturali

Queste sostanze aiutano a migliorare il benessere generale quando siamo sotto pressione. Sono responsabili della sensazione di euforia che proviamo quando giochiamo intensamente ma divertendoci. Hai presente quando, dopo un allenamento devastante in palestra, ti senti una Pasqua nonostante i muscoli frollati che nemmeno i quarti di bovino in Rocky? Merito delle endorfine. Questo effetto, nel contesto dei nostri game, riduce l’ansia legata alla valutazione e incoraggia una partecipazione più spontanea e autentica.

3) Noradrenalina, la “bomba” di concentrazione

Viene rilasciata in situazioni di sfida o eccitazione. Agisce aumentando l’attenzione, la concentrazione e la prontezza, permettendoci di affrontare al meglio le situazioni complesse. Una volta in circolo, esiste solo ciò che dobbiamo fare e tutto il resto scompare. L’effetto è come indossare un paio di lenti selettive, che consentano di mettere a fuoco una cosa per volta. Durante un assessment o nella formazione, questa focalizzazione aiuta i partecipanti a immergersi completamente nelle simulazioni, migliorando sia la performance sia l’apprendimento.

4) Ossitocina, il “collante” sociale

Spesso viene nominata ormone dell’attaccamento, perché incentiva fiducia e legami. In contesti di gruppo, come nei giochi di squadra o nei business game collaborativi, le attività condivise possono stimolarne la produzione. Quando succede, si rafforza il senso di appartenenza e migliora la cooperazione. È un po’ come quando chiami gli amici per traslocare. Magari alla fine dovrai pagare la fisioterapia per tutti, ma quell’esperienza vi avrà avvicinati gli uni agli altri. A prescindere da quanta roba rotta tirerai fuori dagli scatoloni.

Ecco, in sintesi, ciò che avviene nel nostro cervello quando giochiamo. Questo rapido sconfinamento nella biologia ci è servito per spiegare scientificamente perché la gamification è un approccio così efficace e sempre più adottato dalle imprese per condurre assessment e fare formazione. Il bello è che dietro non c’è niente di straordinario. Si tratta solo di scegliere un approccio “naturale”, cioè che asseconda i meccanismi della nostra biologia. Straordinari, invece, sono gli effetti che si ottengono, se paragonati a quelli dei metodi classici. Perché esperienze gratificanti, meno stressanti, più focalizzate e coinvolgenti migliorano l’individuazione e la valutazione del talento oltre che l’apprendimento e la memorizzazione. Risultati che, ogni giorno, ci confermano che progettare strumenti di gamification per la dimensione professionale e formativa è la scelta giusta per noi.


Problem Solving - trasformare problemi in opportunità

202420 Febbraio 20247 Minuti

2024

Stavolta parliamo di problem solving, la stella polare delle competenze umane.

Non stiamo esagerando. Questa capacità radicata profondamente in noi va ben oltre il significato letterale del nome. È una sorta di bussola incorporata che non conosce confini disciplinari e ci consente di affrontare qualsiasi sfida quotidiana. Personale, sociale, esistenziale o professionale che sia.

Ancora di più, è il motore di ogni progresso, adattamento ed evoluzione. Sottolinea l’inclinazione tutta umana a superare ostacoli e a trasformare sfide in opportunità. È una sorta di script presente nel nostro DNA, che ha guidato l’homo sapiens attraverso le ere, dalla lotta per la sopravvivenza nelle primitive savane africane all’edificazione delle odierne società. Nel corso della storia, la capacità di risolvere problemi ha assunto forme sempre più complesse e sofisticate, riflettendo e influenzando direttamente il progresso sociale ed economico. Spingendo l’umanità verso nuovi orizzonti di conoscenza e comprensione, prosperando in un’infinità di ambienti e circostanze.

E oggi, che siamo esposti a cambiamenti esponenzialmente rapidi, significativi e frequenti, ne abbiamo bisogno quanto del gps per raggiungere una qualsiasi nuova destinazione. E infatti, al di là delle competenze tecniche specifiche, le imprese cercano talenti capaci non solo di affrontare con soluzioni efficaci le questioni del momento ma anche di anticipare problemi futuri con un approccio proattivo e innovativo. In quest’ottica, il problem solving offre un indicatore sulla loro potenziale capacità di contribuire al conseguimento di risultati. Va da sé come mai questa skill sia oramai un criterio chiave nella selezione e nella formazione avanzata del personale. Soprattutto in quei contesti in cui il vantaggio competitivo dipende da innovazione continua e adattabilità.

Ma la capacità di risolvere problemi trascende la mera applicazione di metodologie e tecniche. È come un coltellino svizzero che ha creatività, pensiero critico, empatia, comunicazione e collaborazione al posto degli utensili. Usiamo la creatività per vedere oltre le soluzioni convenzionali. Ricorriamo al pensiero critico per valutare ogni aspetto di un problema. Applichiamo l’empatia per comprendere profondamente le esigenze e le prospettive di tutte le parti coinvolte. Utilizziamo la comunicazione per condividere idee, esporre problemi e articolare soluzioni in modo chiaro e persuasivo. Infine valorizziamo la collaborazione come mezzo per unire diversi punti di vista, competenze ed esperienze. Così possiamo ideare soluzioni sostenibili, etiche e inclusive che trasformano crisi in opportunità.

Il problem solving è fondamentale in ogni campo. Nel settore tecnologico è necessario per restare al passo con un mercato in rapida evoluzione. In quello sanitario assume una dimensione critica, con impatti diretti sulla vita delle persone. Nell’industria manifatturiera, è fondamentale per migliorare i processi produttivi, ridurre i costi e garantire la sicurezza sul lavoro. I consulenti d’impresa se ne avvalgono per analizzare le sfide aziendali dei loro clienti e ideare strategiche di crescita. Perfino nella sfera dell’educazione viene utilizzata per sviluppare e implementare metodologie didattiche innovative che rispondano alle esigenze di apprendimento degli studenti, preparandoli efficacemente alle sfide professionali future.

Per i San Tommaso amanti dei paper scientifici, sono numerosi gli studi che confermano come il problem solving sia una leva strategica indispensabile per il successo aziendale. Un punto di vista interessante, per esempio, è offerto dai risultati di una ricerca intitolata “The Vital Role of Problem-Solving Competence in New Product Success” (Atuahene-Gima & Wei, 2011). Andando al succo, per ottenere migliori prestazioni da nuovi prodotti o servizi, generare e possedere ingenti quantità di informazioni sul mercato non basta. Per tradurre la conoscenza in vantaggio competitivo occorre la capacità di risolvere problemi in modo rapido, sostenibile e creativo da parte dei componenti del team.

Il fatto che il problem solving, negli ultimi anni, abbia polarizzato l’attenzione di studiosi, manager e professionisti delle risorse umane riflette un cambiamento culturale che valorizza la proattività. In soldoni, significa che stiamo passando da un modello di approccio alla risoluzione dei problemi dipendente da soluzioni “preconfezionate” a uno “espresso”, più partecipativo e collaborativo. Motivo per cui sempre più imprese scelgono di investire in risorse che permettano di individuare, valutare e potenziare questa soft skill.

In questo scenario, gli strumenti di gamification proposti da Artémat si posizionano come risorse innovative e preziose per l’assessment e la formazione. L’approccio ludico trasforma prove ed esercitazioni teoriche in esperienze pratiche coinvolgenti. Tra i nostri prodotti di punta, spiccano il Business Game e il Web InBasket, piattaforme progettate per simulare dinamiche aziendali complesse, che offrono agli HR la possibilità di osservare in azione i candidati, valutando non solo la loro abilità nel risolvere problemi ma anche come gestiscono la pressione, collaborano e comunicano all’interno di un team.

Dal punto di vista formativo, poi, la gamification rende l’apprendimento più stimolante e aiuta a consolidare competenze trasversali fondamentali come la capacità di lavoro di squadra, il pensiero critico e la gestione delle emozioni sotto stress. L’efficacia di questo approccio è confermata da tutti i nostri clienti, che testimoniano significativi miglioramenti nella capacità dei dipendenti di affrontare e risolvere problemi complessi, con un conseguente aumento dell’efficienza operativa e della soddisfazione sul lavoro. Detto come piace ai manager, maggiore innovazione, riduzione dei tempi di risposta alle sfide di mercato e vantaggio competitivo sostenibile.

In conclusione, viviamo in un’epoca in cui le sfide professionali si susseguono a una velocità paragonabile a quella dei cambi d’abito di Arturo Brachetti e le soluzioni diventano obsolete in un batter di ciglia. In questo scenario dinamico, la capacità di affrontare e risolvere rapidamente problemi complessi è il “must have” delle abilità umane. E Artémat si pone come l’alleato strategico che offre alle imprese strumenti per mettere in luce le skill cruciali di candidati e dipendenti e per avviare percorsi formativi durante i quali affinarle. Un investimento indispensabile per ogni azienda che vuole accrescere il proprio capitale umano e seguire il flusso dell’innovazione senza perdersi strada facendo.


Il potere della leadership - guidare un team con l’ispirazione

202413 Febbraio 202411 Minuti

2024

Capo o leader, chi guida meglio un team di lavoro? Domanda retorica. Perché la risposta sta proprio nella differenza tra queste due figure distinte eppure sovrapponibili.

Ma prima, hai visto il film Erin Brockovich? Beh, ci sarebbe piaciuto introdurre l’argomento citandone una battuta, perché la protagonista è la quintessenza della leadership naturale e autentica. Appunto, fin troppo autentica. Non ne abbiamo trovate senza parolacce… Ma se hai visto la pellicola concorderai che la sua storia trasuda carisma, determinazione, empatia e mostra come una soft skill così eccezionale come la leadership possa inaspettatamente appartenere a una persona priva di titoli e autorità, quindi apparentemente ordinaria.

Ma facciamo un salto in ambito scientifico. La leadership ha radici profonde nell’evoluzione umana. Già nei primi gruppi sociali c’erano figure che assumevano ruoli guida per la loro capacità di influenzare e motivare gli altri, ma anche di trasmettere conoscenze e abilità. Sin dall’età della pietra il ruolo del leader era vitale per la sopravvivenza del gruppo e in sua assenza sarebbe stato suscettibile al caos e alla disorganizzazione, rischiando di disgregarsi e compromettendo la sicurezza e il benessere dei suoi membri.

Inoltre se gli uomini non avessero imparato ad agire in gruppo, dividendosi i compiti, proteggendosi a vicenda e perorando la causa comune, probabilmente avrebbero avuto meno chance in un ambiente ostile e competitivo com’era il mondo primitivo. Ma la cosa non è tanto diversa oggi, se pensiamo alla sfera delle big company.

Insomma, dal punto di vista biologico, certe caratteristiche – come la capacità di prendere decisioni rapide e l’intuito sociale – sono state selezionate nel corso del tempo, delineando ciò che oggi riconosciamo come qualità di un leader.
“Un momento, starai pensando, dal punto di vista biologico”? Proprio così. La maggior parte delle qualità di leadership si sviluppano attraverso le interazioni con l’ambiente, esperienze che, nel corso dell’evoluzione, diventano parte del corredo genetico.

Ora possiamo ritornare alla questione iniziale, perché abbiamo capito che un leader ispira. Mentre un capo impone. Una differenza fondamentale che si riflette nel modo in cui questi individui interagiscono con il loro team. Mentre un capo potrebbe fare affidamento sull’autorità e sul potere, un vero leader usa la persuasione, l’ispirazione e l’empatia per guidare il gruppo verso il raggiungimento dell’obiettivo. Ovviamente ci sono casi in cui queste figure coincidono.

Per rimanere nella dimensione cinematografica, Miranda Priestly, la temuta direttrice de Il diavolo veste Prada, è un esempio di capo in senso tradizionale. Autoritaria, esigente e spesso insensibile, impone le sue decisioni senza considerare i sentimenti o le opinioni dei suoi sottoposti. Il suo modo di agire non incoraggia la crescita o il benessere dei dipendenti.
Nello stesso film, invece, lo stile di leadership di Nigel, il direttore artistico, è più incentrato sulla guida e sul supporto, mostrando comprensione e un approccio empatico verso i colleghi. Sebbene faccia di tutto per nasconderlo.

Bene, sarebbe piacevole continuare a dissertare di cinema (anche perché, con la scusa, chi scrive ha colto l’occasione per rivedere qualche scena cult su YouTube) ma è il momento di parlare di come si sviluppa e si manifesta la leadership nel contesto professionale.
Nell’ambito lavorativo, questa soft skill va oltre il semplice gestire un team. Si tratta di creare una visione, ispirare fiducia e motivare i membri della squadra a superare i loro limiti. Una leadership efficace si traduce in un incremento della produttività, nell’innovazione e in un miglior clima lavorativo. È l’abilità di dare forma a un ecosistema in cui ognuno può prosperare e contribuire al meglio delle proprie capacità. Fin qui tutto chiaro. Ma come si comporta un bravo leader?

Innanzi tutto motiva i suoi collaboratori, ispirando un senso di scopo e appartenenza. I lavoratori motivati sono più produttivi, perché si sentono valorizzati e parte integrante del successo dell’azienda. Perciò delega e dà fiducia, responsabilizzando e rendendo autonomi i dipendenti.
Poi incoraggia la creatività, creando occasioni in cui il rischio è controllato. Questo permette di sperimentare e proporre idee nuove. A questo proposito, valorizza diverse prospettive e incoraggia il pensiero critico all’interno del team.
Di conseguenza predilige una comunicazione positiva e trasparente, che aiuta a creare un’atmosfera di apertura e fiducia, in cui condividere punti di vista e preoccupazioni. Quindi riconosce e apprezza gli sforzi altrui, aumentando la soddisfazione e incentivando l’impegno.

Ma un bravo manager, se vuole esercitare una leadership efficace, non deve mantenere un atteggiamento assertivo a tutti i costi. Anzi, deve saper gestire e risolvere i conflitti in maniera costruttiva, evitando che si creino tensioni e disarmonie nel team. Non deve mai perdere di vista il fatto che ci può essere coesione e benessere solo in un ambiente in cui i problemi possono essere discussi apertamente e risolti in modo collaborativo.

Quanto detto finora è confermato da numerosi studi psicologici e sociologici che hanno dimostrato come le abilità di leadership influenzino positivamente non solo le prestazioni individuali ma anche quelle del team. La stessa Google ha condotto una ricerca (lunga 10 anni), nota come “Progetto Oxygen”, che ha dimostrato come i team guidati da manager come quelli che abbiamo descritto avevano prestazioni migliori, maggiore soddisfazione e minor turnover.

Sono parecchi anche i casi tratti dalle realtà aziendali che provano come una leadership efficace possa trasformare intere organizzazioni, portandole al successo. Quando Satya Nadella è stato eletto CEO di Microsoft, nel 2014, ha introdotto una nuova filosofia di leadership incentrata sulla crescita e sull’apprendimento. Sotto la sua guida, Microsoft ha registrato un notevole incremento della capitalizzazione di mercato e ha rinnovato la sua cultura aziendale, ponendo l’accento sulla collaborazione e l’innovazione. I risultati del suo approccio sono noti a tutti.

Arrivati fin qui, è facile intuire che uno degli obiettivi principali di ogni azienda con grandi aspirazioni è assicurarsi che ogni team di lavoro sia guidato dalla persona giusta. Ma come insegna il caso di Erin Brockovich – tanto quello nella finzione quanto quello reale – un buon leader si può nascondere sotto le spoglie di un individuo comune.
Per fortuna, l’introduzione della gamification nei processi aziendali può essere un potente strumento per mettere in luce e sviluppare le qualità di leadership. Attraverso attività ludiche e sfide, infatti, i leader possono emergere, mostrando le loro capacità in uno scenario dinamico e stimolante.
È a questo punto che entriamo in gioco noi di Artémat con i nostri Business Game, che offrono agli HR uno strumento di assessment unico per individuare, valutare e potenziare la leadership. Approfondiamo un po’ il discorso, per spiegare quali sono i benefici di un approccio innovativo di questo genere.

I Business Game sono role play che simulano situazioni di lavoro realistiche, spesso cariche di stress e conflitti, permettendo ai partecipanti di dimostrare le loro capacità in un contesto pratico ma sicuro e controllato. In contesti come questi, alcuni candidati emergono naturalmente come leader, prendendo l’iniziativa, polarizzando le discussioni e guidando il gruppo verso un obiettivo comune. Questi momenti offrono agli HR l’opportunità di identificare chi possiede qualità di leadership naturali.

Ma osservare in tempo reale i partecipanti alle prese con dinamiche emotive complesse è anche il contesto ideale per individuare i leader potenziali. Cioè quegli individui che, col giusto training, possono risvegliare la loro capacità latente, svilupparla e affinarla, imparando a gestire situazioni sempre più difficili, comunicare efficacemente e motivare i propri team.
Ed è anche in campo formativo che i Business Game si rivelano strumenti dalla straordinaria efficacia. Dopo un role play, infatti, spesso si svolge un debriefing durante il quale i partecipanti riflettono sulle loro azioni e ricevono feedback. Questo processo aiuta a riflettere criticamente sul proprio comportamento, tappa importante nel percorso di ogni leader, che implica l’apprendimento continuo e l’adattamento.

In conclusione, la leadership è una tessitura complessa di virtù, intuizioni e capacità di ispirare e motivare. Come abbiamo esplorato attraverso esempi concreti e ricerche scientifiche, un leader efficace non è solo colui che dirige, ma è anche un catalizzatore di potenziale, un costruttore di visioni e un facilitatore di crescita personale e professionale. In questo contesto, i nostri Business Game rappresentano uno strumento rivoluzionario, non solo per identificare i leader nascosti, ma anche per affinare e sviluppare le loro capacità. Come ci insegna la storia di Erin Brockovich, sia nella finzione che nella realtà, un grande leader può emergere dalle situazioni più inaspettate, trasformando ogni sfida in una trionfale storia di successo. Noi ci impegniamo costantemente a svelare e coltivare questi talenti nascosti, guidando le aziende verso un futuro in cui la leadership è non solo riconosciuta, ma celebrata come la chiave per un ambiente lavorativo più dinamico, innovativo e umanamente ricco.


Empatia - in un team vincente ci si capisce al volo

202423 Gennaio 20248 Minuti

2024

Se chiedessimo a Toby Flenderson – il responsabile delle risorse umane della serie tv The Office – probabilmente direbbe che “l’empatia è l’abilità di ascoltare e comprendere le persone, anche quando preferiresti essere da qualsiasi altra parte”.

E non sarebbe troppo lontano. Ma aggiungeremmo che essere empatici significa anche rispondere (in senso lato) con sensibilità.

Prima di approfondire, facciamo una panoramica svelta dal punto di vista degli studiosi. Per gli psicologi e i sociologi, l’empatia è la capacità di percepire e condividere i sentimenti altrui. È una componente fondamentale della cosiddetta “intelligenza emotiva”, che è la capacità di riconoscere, comprendere, gestire e utilizzare le proprie emozioni e quelle altrui in modo efficace. L’empatia si manifesta in due forme principali: empatia cognitiva, che è la capacità di comprendere le prospettive altrui, ed empatia emotiva, la capacità di condividere le emozioni altrui. La scienza ha dimostrato ampiamente che alte quote di comprensione e condivisione possono migliorare significativamente le relazioni interpersonali e il clima aziendale, con i benefici che vedremo di seguito.

Nei team aziendali, la collaborazione efficace è indispensabile per stabilire un clima di lavoro positivo. La capacità di comprendere e rispettare le emozioni dei colleghi può ridurre i conflitti e aumentare la cooperazione. In realtà come Google e Microsoft, per esempio, si sono registrati miglioramenti tangibili nella produttività e nella soddisfazione dei dipendenti quando l’empatia è stata posta al centro della cultura aziendale.
Tra l’altro, i leader empatici sono in grado di motivare e ispirare i loro team, creando una connessione più profonda e un senso di fiducia. Questo perché la capacità di un leader di dimostrare empatia si traduce in una guida più efficace, un migliore e maggiore coinvolgimento dei dipendenti e dunque in risultati aziendali superiori.

Tutto ciò è possibile perché l’empatia è strettamente intrecciata con altre competenze chiave come la comunicazione efficace, la gestione dei conflitti e il problem solving. Un individuo empatico è spesso un comunicatore più efficace e un risolutore di problemi più intuitivo, in grado di affrontare e vincere le sfide in maniera più umana. L’empatia potenzia la capacità di ascolto attivo, permette di comprendere veramente le preoccupazioni e i bisogni degli altri e quindi di produrre risposte costruttive. Un leader che capisce le dinamiche emotive del team, può osservare i problemi da diverse prospettive oltre la propria, trovando soluzioni più creative e inclusive. La comunicazione empatica, inoltre, consente di cogliere nel dialogo ciò che può alimentare la motivazione di ciascun membro della squadra e aumentare il suo senso di appartenenza al progetto.
Ci sarebbe molto altro da dire e probabilmente lo faremo in futuro. Nel frattempo, chi ha voglia di approfondire può procurarsi una copia di Empathy at Work: The Role of Empathy in Workplace Interactions (Anita Woolley e Thomas W. Malone, 2011), dove si esamina il ruolo dell’empatia nelle interazioni professionali.

Ma prima, spostiamo velocemente il focus dall’employee experience alla customer experience perché, anche in questo contesto, l’empatia può essere uno strumento efficace per entrare in sintonia con le persone.
Nell’ambito del servizio clienti, l’empatia permette di stabilire connessioni più autentiche con i consumatori, che corroborano la loro fedeltà al marchio. Esempi di aziende come Zappos.com dimostrano come un approccio empatico nel servizio clienti possa trasformare un’esperienza ordinaria in un’interazione memorabile, incrementando la soddisfazione del cliente, dunque anche le vendite. Nello specifico, l’azienda concede ai suoi dipendenti una notevole libertà nell’interazione con i clienti, consentendo loro di prendere decisioni non codificate all’interno di un protocollo per soddisfarli. E funziona. Tant’è che questo modello innovativo – basato sul concetto di design thinking guidato dagli insight del cliente – ha influenzato molte altre aziende. Ciò dimostra che una cultura aziendale incentrata sull’empatia può essere un potente differenziatore in un mercato oggi estremamente competitivo.

Ma se da un lato è semplice capire quanto prodigiosi possano essere gli effetti dell’empatia sull’andamento di un team di lavoro, dall’altro non è altrettanto facile capire se, nel corso di un classico assessment, i candidati possano davvero vantarla nel loro corredo di soft skill. E ammesso che ne siano dotati, come stabilire chi, fra le persone da valutare, riesce a entrare più facilmente in sintonia con gli altri? La risposta è: non si può. Non in un colloquio. L’unico modo per scoprirlo è osservare i candidati in azione. Si può optare, quindi, per un periodo di assessing fit, durante il quale sondare la compatibilità degli individui con la cultura e le esigenze aziendali. E anche così non è detto che certe abilità emergano rapidamente e in modo evidente. Ciò dipende dalle situazioni che si presenteranno. Ma un’azienda attenta all’innovazione dei processi di selezione non può affidare al caso le tempistiche delle risorse umane. Qui entriamo in gioco noi di Artémat.

La metafora non è casuale, perché per aiutare gli HR a fare valutazioni rapide ed efficaci, portiamo in campo la gamification. Con i nostri Business Game è possibile apprezzare la capacità dei candidati di entrare in relazione con gli altri nei contesti lavorativi, senza la necessità di portarli subito in azienda. I nostri “giochi” sono progettati per simulare in maniera coinvolgente e realistica scenari manageriali tipici, permettendo agli HR di valutare i candidati mentre interagiscono tra loro in situazioni di stress che richiedono empatia attiva, capacità di gestione emotiva e rapidità di reazione. Questi strumenti di assessment sono innovativi e particolarmente efficaci nell’innescare e rivelare dinamiche di gruppo. Inoltre offrono un punto d’osservazione ottimale ma discreto, in modo che la prova non venga falsata dalle pressioni psicologiche che potrebbero verificarsi se i candidati si sentissero come pesci in un acquario.

Forniamo i nostri Business Game alle più grandi aziende italiane e internazionali, aggiornandoli costantemente per renderli sempre più efficaci. Sono risorse innovative anche in ambito formativo e i nostri clienti le usano con successo per migliorare le capacità empatiche dei propri dipendenti. Attraverso scenari interattivi e challenge di gruppo, gli individui imparano l’importanza dell’ascolto attivo e dell’empatia nel lavoro di squadra e nel problem solving.

Coltivare l’empatia in un ambiente aziendale può presentare delle sfide, prima fra tutte l’umana resistenza al cambiamento. Ma sono sfide che vale la pena affrontare, poiché le opportunità in gioco sono immense. Investire in questa direzione può portare a un miglioramento generale della qualità della vita lavorativa, sia dal punto di vista dell’innovazione che dell’inclusività. Perché l’empatia è molto più di una semplice soft skill, è una competenza vitale in una dimensione professionale sempre più interconnessa e human oriented. Processi di reclutamento e sviluppo all’avanguardia come quelli proposti da noi possono sbloccare il pieno potenziale dei team, contribuendo a creare un ambiente di lavoro più collaborativo, inclusivo e produttivo.


Centro preferenze sulla privacy

it_ITIT