Il vero superpotere di un illusionista non è far sparire una moneta per poi estrarla dalla tasca di uno spettatore a caso. Segare una persona in due? No, anche se è uno spettacolo che ha sempre il suo fascino. E nemmeno far svanire nel nulla la Statua della Libertà, per quanto possa sembrare assurdo. Il suo vero talento consiste nel decidere dove guarderemo nei prossimi istanti della sua esibizione. Quelli cruciali in cui la “magia” si compie.
Ogni prestigio, per quanto sofisticato, si fonda su un principio sorprendentemente semplice: dirigere l’attenzione. Mentre osserviamo una mano, l’altra lavora indisturbata. Seguiamo attentamente un movimento? Peccato che quello decisivo avvenga altrove. Si tratta sempre di trucchi, ma non accadono mai dove stiamo guardando.
A volte la cosa può farci sentire stupidi, ma il prestigiatore non combatte contro la nostra intelligenza. Non cerca di ingannare la nostra capacità di ragionamento, perché sarebbe troppo difficile. Sfrutta una vulnerabilità cognitiva che accomuna tutti gli esseri umani: la nostra attenzione è limitata. E quando diciamo “tutti”, ci riferiamo proprio a tutti, anche al più brillante fisico teorico del pianeta.
Eppure non se ne parla abbastanza
Possiamo dirigere l’attenzione. Possiamo allenarla. Possiamo proteggerla. Ma non possiamo renderla infinita. Poco male, se si tratta di spassarcela con i giochi di prestigio. Ma parecchio meno divertente se pensiamo che questa risorsa è la stessa che utilizziamo per imparare, ascoltare, comprendere, decidere, creare, collaborare, innovare, guidare e perfino conoscere noi stessi. Praticamente tutto ciò che consideriamo importante sul piano cognitivo passa da lì.
Di attenzione ne parliamo, anzi, ce ne lamentiamo quando manca. A volte ci rimproverano (o ci rimproveriamo da soli, a posteriori) di essere distratti. Se la perdiamo mentre facciamo qualcosa, rischiamo di dover ricominciare tutto da capo. Hai presente quando leggi tre volte la stessa pagina? O quando ti trovi nei pasticci per non ricordi una parola di ciò che aveva detto il capo durante quella riunione pesantissima e infinita?
Ecco, sappiamo benissimo cos’è l’attenzione e cosa succede quando non la prestiamo. Ma quasi mai ci soffermiamo sulla sua funzione più importante. L’attenzione è probabilmente quella strettoia cognitiva attraverso cui devono passare tutte le altre facoltà della mente.
Quando il problema cambia forma
Per gran parte della storia umana il problema è stato l’accesso all’informazione. Le conoscenze erano disperse, i libri costosi, le biblioteche rare. Dunque le competenze, quelle hard, erano concentrate nelle mani di pochi. Per apprendere qualcosa occorrevano spesso anni di ricerca, spostamenti fisici, maestri da incontrare, testi da reperire. La scarsità riguardava il sapere.
Oggi viviamo una situazione quasi opposta. Quasi tutti abbiamo accesso a una quantità incommensurabile di articoli, video, podcast, newsletter, report, paper scientifici e contenuti formativi che non basterebbero dieci vite a sorbirne la metà. Nel tempo che impiegherai a leggere questo articolo, probabilmente saranno state caricate online più informazioni di quante un Leibniz qualunque (matematico, filosofo, giurista, storico, diplomatico, linguista del XVII secolo) avrebbe potuto incontrarne nell’arco di tutta la sua vita. E lui era il tipo di persona che oggi avrebbe probabilmente 47 schede aperte nel browser, quattro dottorati in corso e una cartella “newletter” nel client di posta con 18mila messaggi da leggere.
A prima vista potrebbe sembrare una vittoria. E per molti aspetti lo è. Ma ogni vittoria sposta altrove il campo di battaglia. Quando una risorsa smette di essere scarsa, infatti, il fattore limitante si trasferisce altrove. In una società satura di informazioni, infatti, il problema diventa l’attenzione.
Più che quantitativa, è una questione strutturale, perché tra l’informazione e la comprensione esiste una fase intermedia molto complessa che paradossalmente spesso ci sfugge: l’informazione deve essere selezionata, poi elaborata, poi integrata, poi collegata ad altre conoscenze, poi trasformata in significato. Tutto questo richiede attenzione. Un sacco di attenzione.
Purtroppo sapere che qualcosa esiste non significa averla compresa. Averla letta non significa averla assimilata. Essendo esposti a un contenuto non se ne trae automaticamente valore.
Il buttafuori della mente
Quasi mai, per semplificare un concetto, è una buona idea fare analogie informatiche. Quasi mai tranne in casi come questo. Immagina di aver comprato il computer più potente del tuo media store di fiducia. Dentro c’è un gioiello di processore, un hard disc grosso come un bilocale e una scheda grafica da far sbavare il più accanito gamer di YouTube. Eppure, se apri contemporaneamente cinquanta applicazioni e settanta schede in quattro browser diversi mentre giochi a Microsoft Flight Simulator con le impostazioni al massimo e scarichi tutta la tua musica preferita in qualità loseless per l’ascolto offline, a un certo punto pure lui comincia ad arrancare come un 486 del ’92.
Ogni sistema dispone di risorse limitate che devono essere allocate. È vero per i pc quanto per il cervello umano. Le neuroscienze cognitive descrivono l’attenzione come un meccanismo di selezione. Ogni istante veniamo investiti da una quantità enorme di stimoli visivi, sonori, emotivi e cognitivi. Se il cervello cercasse di elaborarli tutti contemporaneamente collasserebbe per sovraccarico. Onde evitare di fare cilecca, seleziona, filtra, attribuisce priorità. Immagina di avere un buttafuori davanti alla porta d’ingresso della scatola cranica che decide cosa deve entrare e cosa no, cos’ha la precedenza e cosa può attendere, quando c’è posto e quando è tutto full.
Il buttafuori deve continuamente fare delle scelte. Ogni attività pretende di passare davanti alla fila. Ogni interruzione reclama una corsia preferenziale. Ogni notifica sostiene di essere urgente. E il cervello, volente o nolente, deve decidere. La conseguenza è che molte delle competenze che consideriamo separate potrebbero in realtà condividere lo stesso punto di accesso.
Prendiamo l’apprendimento. Per imparare qualcosa occorre prestarle attenzione. Allora prendiamo il pensiero critico. Per analizzare un problema bisogna mantenere l’attenzione abbastanza a lungo da osservarne le sfumature. Se prendiamo l’empatia? Per comprendere veramente una persona bisogna dedicare attenzione alle sue parole, al tono della voce, ai silenzi, alle contraddizioni. Sì, ma la creatività… Anche le intuizioni più brillanti raramente nascono da una mente completamente dispersa. Molto più spesso emergono dopo lunghi periodi di immersione in un problema.
Ecco perché l’attenzione assomiglia meno a una competenza e più a una risorsa di sistema.
L’economia della distrazione
Adesso facciamoci una domanda ingenua, tanto per darci una risposta ovvia e al contempo sorprendente perché potenzialmente infinita: chi vuole attenzione? Semplice, tutti. Le piattaforme social, le applicazioni, i servizi di streaming, i siti di informazione, le newsletter, le chat (i gruppi!), le email, le pubblicità… Ci fermiamo finché riesci ancora a prestare attenzione. E comunque, da qualche parte nella lista, mettici pure il collega che scrive “hai un minuto?” alle 8:33 del mattino.
Tutto e tutti competono per una porzione della stessa risorsa. Viviamo all’interno di un sistema economico che attribuisce valore a ciò che riesce a catturare interesse. In questo senso l’attenzione è diventata una valuta. È azzardato dire la valuta più importante del XXI secolo? Forse no. Tant’è che molti fenomeni che osserviamo quotidianamente acquistano significato se letti attraverso questa lente. Lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche, i titoli clic bait, i contenuti sempre più brevi e svariate altre cose che tutti conosciamo bene.
Senza alimentare polemiche, siamo tutti più o meno consapevoli di trovarci al centro di una competizione feroce che si consuma a colpi di stimoli che arrivano contemporaneamente, da ogni direzione e sempre più forti. La conseguenza di cui ci rendiamo poco conto, però, è che il tempo e lo spazio mentale che possiamo dedicare a una singola cosa tendono a ridursi. L’attenzione viene continuamente richiamata altrove, interrotta, riallocata. E ogni riallocazione ha un costo.
Capiamoci, non è che stiamo diventando progressivamente incapaci di concentrarci. Ma i nostri cervelli cercano di amministrare una pressione attentiva senza precedenti nella storia umana. Ecco il “collo di bottiglia” del titolo: tutto ciò che capiremo, ricorderemo, impareremo, immagineremo o decideremo nei prossimi anni dovrà comunque attraversare quella stessa strettoia. L’informazione può crescere all’infinito. L’attenzione no.
L’arte di interrompersi
A questo punto vale la pena affrontare uno dei miti più longevi del mondo professionale contemporaneo: il multitasking. Per anni è stato considerato una qualità. Nei colloqui di lavoro compariva quasi come una medaglia. Nelle job description era spesso implicito. In alcuni contesti organizzativi sembrava addirittura una prova di efficienza. Chi riusciva a rispondere alle mail durante una riunione, partecipare a una call mentre compilava un report e tenere aperte tre conversazioni in chat contemporaneamente veniva percepito come una sorta di funambolo della produttività. Peccato che il cervello non abbia mai condiviso questo entusiasmo.
La ricerca neuroscientifica è piuttosto chiara su questo punto: nella maggior parte delle attività cognitive complesse, il multitasking non esiste. O meglio, esiste solo come percezione soggettiva. Quello che avviene realmente è qualcosa di diverso: un continuo passaggio da un compito all’altro. Gli studiosi lo chiamano task switching.
Il cervello smette temporaneamente di occuparsi di una cosa per dedicarsi a un’altra e poi, magari pochi secondi dopo, torna indietro. Ogni salto richiede una piccola riconfigurazione mentale. Occorre recuperare il contesto, ricordare dove si era arrivati, riallineare gli obiettivi e riprendere il filo del ragionamento.
Preso singolarmente, questo costo è quasi invisibile. Ma quando i salti diventano decine o centinaia nell’arco della giornata, il conto inizia a diventare salato. Prova a leggere il quotidiano cambiando articolo ogni dieci righe. Alla fine l’avrai sfogliato pure tutto, ma difficilmente avrai un quadro chiaro della situazione.
La questione interessa molto più da vicino il mondo HR di quanto possa sembrare. Perché gran parte delle attività che consideriamo ad alto valore aggiunto (apprendimento, analisi, coaching, leadership, problem solving, decision making) richiedono continuità attentiva. Non necessariamente ore di isolamento monastico ma almeno la possibilità di rimanere abbastanza a lungo dentro un problema da comprenderlo davvero.
Quando la frammentazione diventa la norma, oltre a lavorare peggio, si rischia di iniziare a confondere il movimento con il progresso. Ma non ci vuole molto a capire che essere molto occupati non significa necessariamente essere efficaci.
Quando l’attenzione cala, cosa si rompe?
Un possibile errore è immaginare l’attenzione come una facoltà isolata, una sorta di interruttore che si accende o si spegne senza influenzare il resto del system. In realtà quando l’attenzione si impoverisce si incrina un intero ecosistema. Riprendiamo il discorso iniziato qualche paragrafo fa.
Pensa all’ascolto. Secondo te, ascoltare davvero qualcuno significa banalmente attendere il proprio turno per parlare? Ovviamente vuol dire seguire un ragionamento, cogliere sfumature, registrare incoerenze, interpretare segnali verbali e non verbali. Tutte attività che richiedono attenzione sostenuta. Se questa viene continuamente interrotta, anche l’ascolto perde profondità.
Lo stesso vale per l’apprendimento. Una persona può partecipare a un corso, leggere un libro o seguire un webinar. Ma senza attenzione sufficiente, gran parte delle informazioni non supera la soglia della comprensione profonda. Rimane esposizione, non conoscenza.
Persino il pensiero critico dipende dall’attenzione più di quanto siamo portati a credere. Per mettere in discussione un’idea occorre restarci abbastanza a lungo da osservarne limiti, implicazioni e contraddizioni. È difficile farlo quando la mente viene costantemente trascinata altrove.
E poi c’è la creatività. Spesso la immaginiamo come una scintilla improvvisa, quasi magica. In realtà molte intuizioni nascono dopo lunghi periodi di immersione. La mente creativa non vaga a caso: esplora, collega, rielabora. Ma per farlo ha bisogno di tempo e attenzione.
Per chi lavora nelle risorse umane questo aspetto è particolarmente interessante. Perché molte competenze che osserviamo nei contesti organizzativi potrebbero essere influenzate, almeno in parte, dalla qualità dell’attenzione disponibile. A volte interpretiamo una difficoltà come mancanza di pensiero critico, di apprendimento o di problem solving. E magari il problema sta più a monte. Nella risorsa che alimenta tutte queste capacità.
Con questo non vogliamo affermare che l’attenzione spieghi tutto. Ma probabilmente spiega più cose di quanto siamo abituati a riconoscere.
Il paradosso dell’intelligenza artificiale
Eccoci a uno dei temi più discussi degli ultimi anni. Scommettiamo che te l’aspettavi. Era inevitabile. Molte persone la descrivono come una nuova fonte di distrazione. Altre la vedono come una scorciatoia cognitiva. Alcune la considerano addirittura una minaccia per la capacità di pensare autonomamente. Sia come sia, forse il punto interessante è che per la prima volta nella storia disponiamo di strumenti in grado di alleggerire una parte del carico cognitivo quotidiano. Riassumono documenti, organizzano informazioni, trascrivono riunioni, producono sintesi, individuano pattern nei dati. In teoria dovrebbero liberarci attenzione.
Però qui emerge il paradosso. Se l’attenzione è davvero la risorsa più scarsa, cosa facciamo con quella che possiamo recuperare grazie all’AI? La investiamo in attività ad alto valore cognitivo? La usiamo per approfondire, comprendere, progettare, creare, imparare? Oppure la redistribuiamo immediatamente altrove, riempiendo ogni spazio disponibile con nuovi stimoli? Questa domanda riguarda anche il futuro del lavoro.
Un tempo si pensava che il vantaggio competitivo fosse avere più informazioni. Oggi quasi tutti hanno accesso alle stesse informazioni. Domani probabilmente quasi tutti avranno accesso agli stessi strumenti di intelligenza artificiale. A quel punto il differenziale potrebbe spostarsi ancora una volta. Stavolta sulla capacità di usarli bene, quegli strumenti. E per usarli bene serve attenzione. Se ci pensi, sta già avvenendo.
In questa prospettiva l’IA non elimina il problema. Lo rende ancora più evidente.
Un nuovo lusso?
La capacità di prestare attenzione potrebbe presto emergere come una nuova forma di privilegio. Quella vera, lo ripetiamo, significa rimanere abbastanza a lungo su un problema da comprenderlo o su un progetto da immaginarne le conseguenze o su una domanda da trasformarla in conoscenza. Potrebbe sembrare cosa da poco invece è enorme.
Perché qualsiasi investimento facciano le aziende in competenze, formazione, sviluppo, innovazione perde spessore e fatica a produrre valore se manca l’attenzione delle persone. Normale, allora, che il tema stia diventando sempre più centrale. Non è nostalgia di un passato più lento e meno saturo. Iniziamo tutti a intuire che alcune delle capacità più preziose del lavoro contemporaneo dipendono da una risorsa che non possiamo più dare per scontata.
Dove stiamo guardando?
Adesso vediamo se hai letto per bene. Ricordi qual è il talento del prestigiatore di cui parlavamo all’inizio? La vera lezione nascosta dentro quel trucco di decidere dove dirigere lo sguardo del pubblico è che l’attenzione è una scelta continua. Una scelta che determina ciò che impariamo, ciò che comprendiamo, ciò che ricordiamo e, in un certo senso, perfino ciò che diventiamo.
Il perché è semplice ma non scontato: ogni volta che prestiamo attenzione a qualcosa, inevitabilmente la sottraiamo a qualcos’altro. È una forma di investimento, allora. E ogni investimento racconta una priorità, dice “questo conta”. Più che prestare, infatti, d’ora in avanti dovremmo cambiare il modo di dire in investire attenzione. E smettere di accorgerci dove la stiamo indirizzando significa esporsi al rischio che siano altri a decidere per noi.
Il prestigiatore, in fondo, vuole solo stupirci per qualche minuto. Possiamo anche lasciarglielo fare. Ma il mondo contemporaneo prova a decidere dove guarderemo milioni di volte al giorno. E la domanda più importante, alla fine, non è tanto chi catturerà la nostra attenzione ma se saremo ancora noi a scegliere dove investirla.
Abracadabra.