La skill che orienta nel caos
Il telefono vibra, le notifiche si accavallano, ci sono due richieste urgenti, un dato che non torna e una mail senza contesto che pretende una risposta immediata. Una delle tue mattine, no? Niente è chiaro. Niente è lineare. Un caos che non fa rumore ma ti drizza i peli come elettricità statica.
E poi succede sempre quella cosa. Involontaria, inevitabile, incontrovertibile come la fetta di pane che – per una legge non scritta dell’universo – cade sempre dal lato imburrato: la mente si mette in moto.
Scarta un’ipotesi, ne considera un’altra. Collega un dettaglio dimenticato ieri con un’informazione arrivata stamattina. Dà priorità, costruisce una logica, illumina un percorso. In pochi secondi nasce un senso. Non dal caso, non dal caos. Da te. È un atto silenzioso. Elegante. Potentissimo.
Solo alla fine della giornata te ne accorgi: la chiarezza non era lì fuori. L’hai generata tu, mentre tutto si muoveva. E senza neppure sporcare di burro il tappeto buono.
Che cos’è davvero il sensemaking (e perché non è intuizione)
Il sensemaking non è “capire al volo”. Non è fiuto manageriale. Non è esperienza che guida la mano ma ciò che accade tra lo stimolo e la risposta: quel micro-spazio mentale in cui prendi informazioni sparse – a volte incomplete, a volte contraddittorie – e le trasformi in qualcosa che assomiglia a un orientamento.
È la capacità di costruire significato quando il contesto non te lo offre spontaneamente. Di creare una bussola quando non c’è una mappa. Di dare una forma al caos.
È la base silenziosa di ogni decisione complessa: senza sensemaking puoi agire, certo, ma non puoi capire davvero perché stai agendo. Come puoi intuire, è un processo cognitivo raffinato e, oggi più che mai, strategico.
Perché oggi il sensemaking è la soft skill più ricercata (e meno capita)
Non è esatto che il lavoro è diventato più complesso. Lo sarebbe se, per esempio, mancassero le informazioni. Ma ne abbiamo fin troppe. Quindi il lavoro è diventato più ambiguo, semmai. Perché se le informazioni non mancano, spesso manca il loro senso. Le variabili cambiano all’improvviso, le priorità si sovrappongono, gli scenari mutano mentre li osservi. Volatilità dei mercati, trade-off troppo rapidi e pressioni che non ti aspettavi sono all’ordine del giorno.
È qui che entra in gioco il sensemaking, la skill-ponte che collega ciò che vedi a ciò che decidi e ciò che decidi a come lo comunichi. Né intuizione, né logica pura, è il processo che scioglie i nodi della realtà, quando sembra ingarbugliata. I dati globali parlano chiaro (World Economic Forum, Accenture, McKinsey): il mercato la richiede. Le aziende la desiderano. Ma quasi nessuno sa come misurarla.
Come si manifesta il sensemaking: i 5 indizi che non puoi ignorare
Il sensemaking è invisibile finché non impari a rilevarlo. Non si accende una spia sulla fronte di chi lo sta usando. Si manifesta in piccoli segnali, minuscoli comportamenti che, messi insieme, rivelano una mente capace di orientarsi anche quando per gli altri tutto vibra e resta sfuocato.
Il primo indizio è quando riconosce uno schema nel rumore. Dove altri vedono disturbo, chi fa sensemaking intravede un ordine nascosto.
Il secondo è la capacità di collegare ciò che sembra scollegato. Un dettaglio marginale diventa improvvisamente la chiave dell’intero quadro.
Poi c’è l’abilità di formulare ipotesi e testarle al volo, senza attaccarsi alla prima spiegazione disponibile.
Anche la flessibilità cognitiva è indicativa. Una mente del genere ricalibra, quando entra un nuovo elemento, senza irrigidirsi.
Infine, il tratto più raro: sa comunicare la complessità rendendola semplice. Ma senza banalizzarla.
Cinque indizi, tutti osservabili ma in determinate condizioni…
Perché il sensemaking non puoi valutarlo in un colloquio (né su un CV)
Questa è la parte scomoda. Il sensemaking non vive nei CV. Nessuno scrive “so costruire il senso quando tutti i pezzi sono sparsi e muovono caoticamente”. Nei colloqui, forse, c’è una piccola speranza di individuarlo, ma meno di quante ne hai di vedere un camaleonte a caccia tra il fogliame di una foresta pluviale. Chiunque può sembrare lucido, coerente e brillante… finché le domande sono lineari e il contesto è statico. E nelle prove tradizionali (questionari, test chiusi, esercizi prevedibili) questa skill semplicemente evapora.
Quelle dinamiche non hanno abbastanza “vita” per far emergere come una persona pensa davvero. Perché il sensemaking ha una regola non negoziabile: emerge solo quando qualcuno apre una finestra e una folata di corrente d’aria spariglia improvvisamente le carte in tavola. La priorità che cambia, compare un’informazione nuova, ciò che sembrava chiaro smette di esserlo. In altre parole, quando non stai più rispondendo, ma stai reagendo.
Le simulazioni immersive sono il contesto ideale in cui emerge il sensemaking
Questo genere di prove ha una peculiarità determinante: si muovono. Cambiano, si complicano, contraddicono ciò che sembrava chiaro un attimo prima. In altre parole, le simulazioni immersive ricreano l’unico habitat in cui il sensemaking può mostrarsi davvero.
In un ambiente simulato, il candidato non risponde e basta: reagisce. Una priorità si ribalta, un’informazione nuova entra in scena, una scelta “ovvia” smette di esserlo. È in questi micro-scarti che affiora il suo modo di pensare. Cioè come riorganizza la logica, come rivaluta le alternative, come dà senso alla complessità mentre prende forma.
È questione di tempi verbali: le simulazioni immersive non chiedono che cosa faresti, ma che cosa fai quando tutto cambia. È in quel movimento – proprio nel pieno del flusso, non a posteriori – che il sensemaking diventa osservabile, misurabile e sorprendentemente nitido.
Il sensemaking non è un superpotere ma un muscolo. Ecco perché
Il sensemaking viene spesso trattato come se fosse un dono raro, una virtù celeste riservata a pochi eletti, “nati leader” per bontà divina inappellabile. Una mitologia comoda, certo, ma priva di fondamento scientifico.
La verità è decisamente più umana: il sensemaking non è un superpotere. Le neuroscienze mostrano che è un meccanismo neurocognitivo reale. Quando ci troviamo in contesti ambigui, si attivano le reti dinamiche della corteccia prefrontale coinvolte anche nel decision-making complesso, nella flessibilità cognitiva e nella costruzione di significato. Questa attività della mente trasforma segnali disordinati in un orientamento coerente. Quindi è qualcosa che il cervello fa. E proprio perché lo fa, può farlo sempre meglio.
Possiamo metterla così: il sensemaking è una sorta di “muscolo cognitivo”. Non nasce perfetto, non si attiva per magia dopo l’età dello sviluppo né si eredita geneticamente come la fossetta del mento. Ce l’abbiamo tutti, chi più chi meno. Ma si può sviluppare e rafforzare nel tempo.
Ogni volta che riorganizzi informazioni contraddittorie, ogni volta che colleghi due dettagli lontani, ogni volta che trasformi una variabile imprevista in una decisione sensata… stai allenando quel muscolo. Come ogni muscolo, infatti, prende forza solo quando lo costringi a spingere: carico, resistenza e quella dose di sforzo che trasforma il movimento in progresso.
Ecco perché la simulazione immersiva funziona. È l’equivalente cognitivo di una sessione di fitness. Ti mette davanti ambiguità, cambi di rotta, priorità che slittano, gli stessi “pesi” che nella realtà ti costringono a dare forma al senso mentre tutto si muove. Non serve il favore degli dei né fare il bagno nello Stige. Serve allenamento. E la consapevolezza che il senso non si trova, si costruisce.
Il senso non si trova. Si costruisce. L’abbiamo già detto?
Vale la pena ripeterlo. E alla fine della giornata, quando le notifiche si sono spente e la casella di posta sembra meno minacciosa di com’era al mattino, ti accorgi che non è cambiato il mondo: sei cambiato tu. O meglio, hai fatto ciò che la mente fa da sempre quando la realtà si muove troppo in fretta: hai armeggiato con ago e filo logico per ricostruire il tessuto del senso.
Il sensemaking è questo: non un lampo mistico, non un’intuizione salvifica, ma l’atto ordinario e straordinario con cui diamo forma a ciò che non la possiede ancora. È la competenza che trasforma eventi sparsi in un percorso, segnali deboli in direzione, ambiguità in orientamento.
E qui arriva la verità: il valore non sta nell’avere tutte le risposte, ma nel saper generare senso prima che le risposte esistano. È questa la competenza che separa chi seleziona persone da chi legge il loro potenziale. Perché il sensemaking non descrive cosa fa un candidato, ma quanto lontano può arrivare.
E allora la scena del mattino – il caos, il pane imburrato eccetera – non è solo un aneddoto da ufficio. È un promemoria professionale: il senso non è un requisito che il contesto può avere o meno, è una costruzione della mente. Prodigioso, sì, ma perché umano.